The Drop – Chi è senza colpa

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Che quella belga sia una terra di registi contemporanei molto validi è cosa confermata dal Violet di Bas Devos, dall’Alabama Monroe di Felix Van Groeningen, da Il concerto di Radu Mihaileanu e dal Bullhead di Michaël R. Roskam.

Roskam appunto. The Drop – Chi è senza colpa è la sua ultima fatica ed è stato presentato al Toronto International Film Festival, quindi riproposto in anteprima italiana al Torino Film Festival 2014 nella sezione Festa Mobile.

Ci sono almeno tre buoni motivi per vederlo, estrosa e creativa terra natia a parte.
Uno, è l’ultimo film in cui recita James Gandolfini, l’indimenticabile volto di Tony Soprano nell’omonima serie, scomparso un anno fa. Due, lo sceneggiatore è lo scrittore Dennis Lehane che ha portato al cinema il suo racconto breve Animal Rescue, già autore dei romanzi da cui sono tratte le atmosfere cupe di Mystic River e Shutter Island. Tre, per 107 minuti riesce a calamitare l’attenzione in maniera costante e assoluta.

Nella Brooklyn del film il drop è l’atto di lasciare i soldi ricavati dall’attività criminale, pronti al riciclo, nei bar posseduti dalla mafia cecena che controlla la zona. Sullo sfondo un ambiente malavitoso, Cousin Marv’s è il bar dove lavorano due cugini: il mite Bob Saginowski, che cerca di fare solo il suo lavoro, e il rude Marv, che il più delle volte si fa prendere dall’avidità.

Due personaggi fortemente caratterizzati e per niente incastrati all’interno di aridi stereotipi affidati a due attori di spessore. Il ruolo di Marv è cucito addosso a James Gandolfini, la sua fisicità e la sua mimica facciale lasciano, per l’ultima volta, un segno indelebile. Il criminale è il ruolo con cui saluta il cinema e il suo pubblico e, certamente, non delude le aspettative.

Ma il vero protagonista qui è Tom Hardy, che si muove sul filo del rasoio tra le definizioni di eroe ed antieroe, sfugge alle etichette e convoglia le emozioni del pubblico. L’attore – che in The Dark Knight Rises di Christopher Nolan ha recitato praticamente solo con gli occhi – dimostra un’abilità eccezionale nella trasformazione da giovane impacciato a qualcosa di molto più sfaccettato. Il suo Bob Saginowski ricorda il Jimmy Markum di Mystic River: entrambi ex piccoli criminali, vorrebbero cambiare vita.  Ma gli eventi li riportano alla condizione di partenza. Succede qualcosa di buono, ma il male è comunque lì dietro l’angolo e ci si chiede se e quanto sia giusto fare cose cattive per fini buoni.

Bob va tutti i giorni in chiesa e altrettanto quotidianamente si interroga sul difficile rapporto tra bene e male. The Drop però non fa leva su grossi conflitti morali, quanto sulla loro insinuazione. La criminalità e i guai fanno parte della vita e come tali sono accettati in un’atmosfera dove niente è affermato dai dialoghi e dove tutto è detto tra le righe. Il senso non è già dato, perché Roskam chiede allo spettatore di trovarlo dietro dietro ai bluff e ai personaggi ambigui. In fondo, Chi è senza colpa?

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Violet di Bas Devos

Violet
Un gioco di camere a circuito chiuso è in realtà un pianosequenza grazie ad uno zoom all’indietro. Dopo l’inquadratura diventa multi-screen e Jesse fa la sua comparsa insieme all’amico Jonas. Le stesse telecamere, poi, inquadrano l’omicidio di Jonas e il dettaglio del volto di Jesse pieno zeppo di sangue.

Parte così, in formato 4:3 e con un intenso uso di primissimi piani e di dettagli, Violet, film d’esordio del giovane regista belga Bas Devos, presentato in concorso al Torino Film Festival 2014, che mostra il tema dell’elaborazione del lutto da parte di un teenager.

Violet chiede allo spettatore medio uno sforzo non indifferente: sono 82 minuti senza dialoghi. A parlare sono i suoni della città, i volti dei personaggi e il delicato muoversi dei loro corpi in uno spazio ostile – con molteplici ambientazioni surreali ed emozioni soffocate, che lasciano intravedere solo i piccoli gesti – una bicicletta in mezzo alla strada o una madre che spazzola i capelli del figlio – e le sperimentazioni del montaggio, che usa il digitale in tutte le sue forme, anche rischiando di passare solo per videoarte.

Il tema affrontato, l’elaborazione del lutto, certamente non è originale, ma c’è un elemento di novità da non sottovalutare. Quello di mostrare un lutto non gridato, non urlato, non messo in primo piano con scene drammatiche e patetiche. Non ci sono pianti disperati, né imprecazioni, né ricerca ossessiva dell’assassino di Jonas. Violet non è un poliziesco: qui si rappresenta, con la simbologia del colore viola, il dramma della morte. Un temamisterioso di fronte al quale le parole sono pochissime o per nulla significative.

Il dolore provoca spaesamento e necessità di appoggiarsi a sicurezze. Una scena è esemplare, e dolcissima, in questo senso: padre e figlio si allontanano da casa in macchina, ripresi da dietro, e il ragazzo si avvicina al posto di guida e appoggia la testa in cerca di conforto sulla spalla del padre. Una caduta libera, disperata ma sicura di un atterraggio morbido, che sintetizza la straordinaria, ineguagliabile potenza dell’amore fra padre e figlio.

Bas Devos è un regista esordiente che ha in testa esempi ben precisi: non si può guardare Violet senza fare paragoni con il cinema di Gus Van Sant e la sua abilità nel raccontare l’adolescenza per immagini – si pensi a Paranoid Park ed Elephant – ma anche al Mommy di Xavier Dolan. Per quanto sia qualcosa di già visto, si deve riconoscere che è spettacolare, un raggio di sole in un buio continuo ed angosciante, l’immagine di di un gruppo di giovani bikers che con le loro BMX compiono evoluzioni mozzafiato in un magnifico bosco di conifere appositamente attrezzato. 

Violet non ha trionfato al TFF, anzi chi l’ha visto è uscito dalle sale spaccato in due. Vanno lodate forza drammatica, nuovo linguaggio e sperimentazioni estetiche. Ma, potrebbe essere anche brutalmente considerato un film che si definisce contemplativo senza avere la sostanza e la materia per poterlo fare.
Insomma, solo il tempo può dire cosa Bas Devos sarà in grado di produrre dopo Violet.

Winter Sleep – Il regno d’inverno

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In un villaggio arroccato nell’Anatolia centrale, vive Aydin, un ex attore che gestisce l’Hotel Othello e ha un sogno nel cassetto: scrivere un libro sulla storia del teatro turco. Si comporta come un reuccio nel suo piccolo paradiso, ma deve fare i conti con la vita di tutti i giorni, fatta soprattutto di discussioni con la sorella Necla e con la giovane e bellissima moglie Nihal. Una realtà che non si può evitare, esattamente come l’inverno e il conseguente carico di neve.

Winter Sleep – Il regno d’inverno è il film di Nuri Bilge Ceylan che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 2014 con le sue tre ore e quindici minuti di paesaggi incontaminati, di dialoghi densi e di emozioni che si riflettono negli spazi in cui si muovono gli attori.
Un’opera grandiosa, un poema che richiama Shakespeare – dal nome dell’hotel al manifesto di un Antonio e Cleopatra fino a una diretta citazione – e Cechov – almeno nella struttura letteraria del film, desunta da tre delle sue storie brevi.

Mentre incalza la colonna sonora affidata all’Andantino della Sonata 20 di Schubert, va in scena, tra ironia e incalzanti dialoghi, il dramma tragico e personale di Aydin, che pure è un personaggio affascinante nonostante il cinismo e l’ambizione. Grande conversatore, è capace di battaglie dialettiche con la sorella che affrontano i temi più disparati: dal rapporto uomo/donna alla religione, dalla morale all’etica, dalla cultura alla storia, dall’Uomo all’Io. In ogni confronto, sembrano nascondersi gli albori di un rinnovamento, l’inizio di nuove traiettorie. Invece, il cambiamento è solo ipotizzato, mai realizzato.

E’ un cinema, quello del regista turco di C’era una volta in Anatolia, che non concede nulla allo spettacolo e che in quest’occasione chiede allo spettatore uno sforzo sovrumano nella comprensione dei dialoghi, nel passaggio da un campo lunghissimo all’altro in ambienti ora paesaggistici ora claustrofobici, nella lotta contro la noia e nella caratterizzazione ricchissima di ogni singolo stato d’animo.

I rari momenti in cui si esce da questo enorme muro di parole è quando l’immagine si apre ai gesti e alle azioni dei personaggi marginali – come il ragazzino che lancia un sasso sul vetro della macchina di Aydin – che rompono l’unità impenetrabile del personaggio principale che ostenta una semplicità rinfacciata sempre. Un uomo che potrebbe essere un tutt’uno con il paesaggio fuori dalla sua finestra, ma che brama qualcosa di non meglio definito. 

Winter Sleep – Il regno d’inverno rischia di far addormentare chi ama i cinepanettoni o i fantasy. Chi, ancora, ha la pazienza di entrare in una storia, fare un viaggio in una terra bellissima e partecipare al flusso di coscienza di un uomo, non può perderlo. 

Luc Besson presenta Lucy

Lucy
Nel 1997 il francese Luc Besson realizza Il Quinto Elemento, una delle opere più innovative di fantascienza: recupera i modelli dei classici e li rielabora completamente, creando qualcosa di nuovo ed originale per il cinema che convince critica e botteghino.

Nel 2014 il regista ritorna al genere con Lucy, distribuito da Universal: di dollari ne incassa oltre 354 milioni, grazie ad una strategia di marketing accuratamente studiata e ad un cast trascinato dalla bomba sexy Scarlett Johansson e dall’uomo certezza Morgan Freeman. Obiettivo botteghino raggiunto, quindi, ma l’opera non convince fino in fondo.

Sapendo che gli umani utilizzano solo il 10-15% delle proprie facoltà intellettive, cosa succederebbe se ne sfruttassero il 100%? Besson ha una tesi e la dimostra affidandosi agli effetti di una droga in polvere: tipo cocaina, colore blu e potenza disarmante. Una droga che è molto più che uno sballo e che stravolge l’esistenza di Lucy, una studentessa che studia a Taipei e che suo malgrado sperimenta gli effetti della polvere blu. 

L’inizio della pellicola spiazza: sembra di essere in un mondo a tre dimensioni. Da una parte c’è Lucy che entra in un hotel lussuoso, incontra brutti ceffi cinesi e ne esce trasformata in un cyborg da guerra. Dall’altra, il professor Samuel Morgan, che insegna biologia all’Università di Parigi tiene una lezione sullo sfruttamento delle capacità cognitive dell’uomo. A fasi alterne, passano immagini prese dai documentari della National Geographic, riguardanti l’atavica lotta tra prede e predatori.

Scarlett Johansson è davanti alla macchina da presa, per fortuna. Besson gioca con la sensualità e la bravura della sua attrice e, infatti, Lucy non ha nulla da invidiare alla Milla Jovovich de Il quinto elemento. Anzi ricorda molto Nikita, ad oggi l’opera migliore di Besson, anche quella alle prese con una ragazza di strada che diventa una donna letale.
Quando la droga comincia a fare effetto, Lucy perde gradualmente la capacità di provare sentimenti e di sentire il dolore. Diventa inespressiva e immune alle emozioni. E anche lo spettatore fa sempre più fatica a provare empatia nei suoi confronti. 

Per tutto il resto c’è la fantascienza. Il regista francese, in un’ora e mezza di pellicola sci-fi, sfodera parecchie scelte ridicole che giustifica con quel vestito fantascientifico in cui tutto o quasi è permesso. Almeno in teoria, perché poi nella pratica il film scivola più e più volte, pur garantendo un certo spettacolo grazie a bangbang, inseguimenti d’auto per Rue de Rivoli, omicidi e special effects che fanno di Lucy il film di Besson più ricco di effetti speciali e visivi.

La pellicola fa autogol nel momento stesso in cui prova a darsi una credibilità scientifica, a tratti metafisica, andando ben oltre i propri limiti di scrittura. Poi, certo, bisogna riconoscere che Besson quando promuove figure di eroine forti e guerriere non sbaglia il colpo. E, infatti, il pubblico lo ripaga.

Invece, si dovrebbe riflettere, sfruttando proprio quel 10% di capacità intellettive, sulla frase iniziale del film: “La vita ci è stata donata un miliardo di anni fa. Cosa ne abbiamo fatto?

Il Capitale Umano

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Una delle eredità, tra le peggiori, lasciate dal capitalismo è la nascita del binomio capitale umano, inteso come il valore economico di ogni singolo individuo calcolato in base alla sua potenziale produttività. In parole povere, questo concetto distrugge le ragioni della convivenza umana. All’individuo della società post-moderna restano l’apparenza, la quotazione di se stessi, la paura di non essere nessuno, di non farcela e di non valere niente.

La generazione che ne esce è ben vestita, organizza party pseudo-benefici, gioca a tennis tutti i venerdì mattina, ha conference call ogni giorno, naviga nell’oro – ma solo per poco perché la crisi non risparmia nessuno. Uomini e donne complici del disastro di una nazione, l’Italia. Questa generazione è la protagonista de Il Capitale Umano e non è certo un caso se il film che Paolo Virzì ha realizzato come adattamento dell’omonimo libro dell’inglese Stephen Amidon si conclude con: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto“.

Se Virzì è noto al cinema italiano per esplorare il buio che si nasconde dietro un contesto solare, nella sua ultima fatica compie esattamente l’opposto. Già aveva virato su toni amari con Tutta la vita davanti, commedia grottesca e apocalittica sul mondo del lavoro, ma con Il Capitale Umano inquadra e centra perfettamente l’obiettivo.
Dunque, il regista livornese cambia registro e toni, pur restando – e non vogliamo che faccia diversamente – fedele alla sua capacità di raccontare le emozioni con forte realismo. Il suo film è una storia corale in cui la ricerca del colpevole è solo un pretesto per analizzare da vicino due famiglie, così diverse per estrazione sociale, abitudini e stili di vita, e così simili nelle loro grette ambizioni e grandi miserie.

La sceneggiatura ha come punto centrale il concetto di responsabilità: quando le cose vanno male – e ne Il Capitale Umano accade spesso – chi deve assumersi le proprie colpe? I candidati sono tanti: un padre-padrone che ha educato il figlio secondo la mera logica della competizione, un’ex attrice che ha sacrificato i propri sogni in nome di una vita tranquilla da mantenuta, uno zio che passa le giornate a fumare marijuana anziché occuparsi del nipote in affido, un piccolo imprenditore che smette di fare la formica per diventare cicala senza logica. Ma alla fine nessuno di loro viene punito, perché ognuno di questi personaggi scarica le sue responsabilità sugli altri. A farne le spese è un povero cristo che torna in bicicletta dal lavoro al cantiere e viene investito da un altro povero diavolo in cura da una psicologa infantile. Sono loro il capitale umano del titolo, loro si sacrificano per tutti.

Diviso in capitoli – che sono i punti di vista dei protagonisti – il film è un noir che riflette, finalmente, con quel cinismo e quella crudezza estrema da tempo assenti nel cinema italiano, su una grande verità: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. I ricchi sono marci dentro, i poveri sono la sintesi perfetta di intelligenza e imbecillità. Non si salva nessuno, tutti fingono di non vedere la corruzione, si voltano dall’altra parte o ne traggono vantaggio.

Non è più tempo di scherzare – è questa, in fondo, l’ammonizione di Virzì al cinema italiano fatto di commediole amorose e cinepanettoni – perché la morale italiana è confusa e riflette un paese a cui sono crollate le fondamenta.

I personaggi, che si muovono in un inventato paese della Brianza, sono impersonati da attori strepitosi, che sfruttano soprattutto la loro formazione teatrale. Il mondo degli adulti è composto dagli uomini Fabrizio Gifuni e Fabrizio Bentivoglio e dalle donne Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi. E’ proprio quest’ultima a regalare l’interpretazione più vibrante, intensa, goffa e anche un po’ patetica.
Il mondo dei giovani vede i volti di Guglielmo Pinelli e dei bravissimi Matilde Gioli, ex campionessa di nuoto sincronizzato, e Giovanni Anzaldo, visto anche in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana.

Il Capitale Umano, già vincitore del David di Donatello come miglior film, rappresenta l’Italia nella selezione per il miglior film straniero agli Oscar 2015. Non resta che fare a Virzì un grosso in bocca al lupo: la sua è, finalmente, un’ottima prova registica italiana, come non se ne vedevano da tempo. 

Italy in a Day

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Il 26 ottobre 2013 in Italia accadono due fenomeni molto simili tra loro, uno di origine naturale, l’altro sociale. L’Etna fa sentire la sua possente voce attraverso colate violente e pericolose, che sono il simbolo di una Natura sempre e comunque padrona dell’Uomo.
Gli italiani fanno sentire la loro timida voce, nell’arco di quelle 24 ore, attraverso filmati che immortalano momenti, flash, attimi, situazioni ed eventi della loro vita.

Se l’accadimento naturale è del tutto spontaneo, non si può dire lo stesso per quello sociale. Gli italiani, il 26 ottobre 2013, hanno risposto all’appello del regista Gabriele Salvatores, che ha chiesto loro di aiutarlo a realizzare il progetto ispirato al maxi documentario Life in a Day di Kevin Macdonald, prodotto da Ridley Scott due anni prima.

Il risultato è Italy in a Day, definito il primo social movie italiano, presentato per la prima volta fuori concorso al Festival di Venezia 2014. Settantacinque minuti di pellicola – che è la scrematura di oltre 40.000 video arrivati tramite fotocamere, smartphones e telecamere – per raccontare una giornata condivisa attraverso una particolare catena di montaggio che compone un mosaico fatto di un’Italia divisa tra famiglia e lavoro, tra affetti e preoccupazione per il futuro. Un diario collettivo che vorrebbe unire i differenti punti di vista, ma alla fine risulta disomogeneo e altalenante. E l’Italia è effettivamente così.

I contributi audiovisivi, come prevedibile, sono demograficamente sbilanciati. Ci sono pochi over 40 e gli unici anziani sono oggetto delle riprese di nipoti e figli, pochissimi sono i professionisti affermati e troppi i disoccupati. I giovani, accidenti, mancano di idee valide: le loro parole, che pure sono quelle di persone che sembrano sperare in un cambiamento, non sono autentiche, sono il risultato di costruzioni sociali. Usano, senza nemmeno crederci troppo, frasi fatte, ovvie e prive di intelligenza.

E’ il trionfo dell’italiano medio, un italiano piccolo piccolo – che adora farsi coccoline sotto le coperte, mettere al mondo figli nonostante la crisi, scattare foto a cani e gatti – che soccombe in un mondo pieno zeppo di opportunità. Ma senza intelligenza, senza consapevolezza e senza cultura – gli strafalcioni sono da infarto e non c’è un solo libro in tutto il girato – come si può pensare di cambiare la propria condizione? Sono troppo pochi quelli che hanno un sogno e lo rincorrono quotidianamente. Coraggio e forza sono concetti lontani dal mood italiano. 

C’è solo una cosa che Italy in a Day fa molto bene. Mostrare come il moltiplicarsi di videocamere e video fruiti crea cambiamento culturale e antropologico. Il racconto sociale non è più legato allo sguardo di un autore ed è prepotentemente nelle mani dei soggetti rappresentati. Certo, Salvatores mantiene un saldo controllo sulle riprese, selezionando con dovuto rispetto cosa mostrare e cosa no, ma i momenti migliori sono il risultato di soluzioni visive interne ai singoli video.

La riflessione finale esula dal contesto cinematografico, perché Italy in a Day è prima di tutto un ritratto della società italiana contemporanea. Non ci può essere evoluzione umana senza evoluzione di pensiero. E da quello che si vede, siamo ben lontani da qualsiasi forma di evoluzione. L’Italia è davvero tutta qui?

Come To My Voice

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L’aedo, nell’antica Grecia, era il cantore professionista. Una figura sacra, un profeta, tradizionalmente ritratto come cieco, capace di trasmettere la sua sapienza attraverso un uso magistrale della parola.
Il bardo, presso i popoli celtici, era un antico poeta o cantore di imprese epiche, nato come conservatore del sapere del popolo e poi, in tempi più recenti, erroneamente fatto regredire ad un comune giullare o a un poeta prezzolato.
Il dengbej è un cantastorie o poeta cantore depositario delle tradizioni e della lingua curde, che propone un repertorio costituito da canti, tramandati oralmente, di avvenimenti storici o epico-leggendari. Talvolta, si accompagna con strumenti a fiato, come blur e düdük.

Le comunità curde non hanno mai avuto vita facile in Turchia. Non hanno mai avuto nemmeno voce e senza voce non ci può essere riconoscimento, stando alle riflessioni del sociologo Nick Couldry: l’Altro non ci riconosce, noi stessi non ci riconosciamo. Per questo, e non solo ovviamente, il Kurdistan è una Nazione, ma non è uno Stato.
Qualcuno, però, può e deve raccontare le storie del popolo curdo: lo fanno proprio i dengbej, in virtù del loro ruolo di guida della comunità e della loro abilità di narrazione.
E’ questo l’artificio narrativo che sfrutta il regista turco di etnia curda Hüseyin Karabey nel suo film Come To My Voice, scelto dal pubblico del Milano Film Festival 2014 come miglior lungometraggio.

Le prime immagini mostrano un crocchio di persone – adulti e bambini, uomini e donne – raccolto intorno a tre dengbej intenti a narrare vicende toccanti. Uno di loro, il vecchio Casim, nel suo continuo peregrinare ha incontrato l’anziana Berfe e la nipotina Jiyan. Il loro viaggio è il tema della fiaba raccontata da Casim: le due donne partono dal loro piccolo villaggio verso la città a piedi, alla ricerca di un oggetto tanto prezioso quanto pericoloso: una pistola. Il nobile scopo è quello di comprare la libertà di Temo, figlio della donna e padre della bambina, arrestato sotto i loro occhi dall’esercito durante una spedizione punitiva.

Il viaggio si snoda tra posti di blocco, discriminazioni e difficili sentieri di montagna: nell’epoca degli smartphone e dell’Alta Velocità, Karabey presenta un mondo, che conosce molto bene e ha nel cuore, fatto di case in pietra, montagne verdi, laghi e fiumi blu – presentati alla perfezione dal direttore della fotografia Annea Misselwitz – dove ci si sposta a piedi, i tempi si dilatano, gli spazi si ampliano e felicità è una pecora, un agnello e qualche straccio.

Questo mondo esiste davvero e ne sono depositarie Berfe e Jiyan, due generazioni diverse, ma perfettamente in sintonia tra loro, tanto da intraprendere insieme un percorso di formazione che è anche un viaggio nella coscienza di un paese e delle sue minoranze etniche. Come To My Voice è una fiaba che sbatte il naso contro la ferocia dei militari che arrestano uomini innocenti, con la falsa accusa di terrorismo, e poi chiedono di essere pagati per rilasciarli e contro la corruzione di un sindaco che prende accordi scellerati con un tenente: sopruso e ricatto fanno da sfondo ad un racconto dall’intenso accento lirico. 

Eppure, c’è bisogno di sognare, di credere che la fatica verrà ricompensata, che i buoni trionferanno sui cattivi, che le illusioni diventeranno realtà, che per i sogni vale la pena combattere. E la voce – non quella urlata e imposta – deve essere tirata fuori. Non c’è, infatti, solo la storia di Casim. Anche Berfe racconta la storia della volpe alla nipotina, che poi un giorno la raccontereà ad altri bambini più piccoli di lei. E’ quella della volpe dalla coda mozzata, che la fa in barba a chi ride di lei.  

La maggior parte del cast è composta da attori non professionisti, due dei tre bardi sono veri dengbej e Muhsin Tokçu è davvero un non vedente: tutte le performance sono naturali e credibili. La colonna sonora – struggente, incalzante e malinconica – richiama la musica tradizionale curda e mostra come essa possa essere un forte elemento identitario per chi viene privato di qualsiasi diritto.

Abbiamo tutti bisogno di credere nelle fiabe, e Come To My Voice è quello che serve a tutti noi post-moderni. 

Tour in Portogallo: scorci di Oporto

Scrive José Saramago nel suo Viaggio in Portogallo, libro consigliato dall’amica che mi ha accompagnato nella vacanza tra Oporto, Aveiro, Coimbra e Lisbona:

Il viaggio non finisce mai.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia
e ha detto: “Non c’è altro da vedere”
sapeva che non era vero.

Bisogna vedere quel che non si è visto,
vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate,
vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva,
vedere le messi verdi, il frutto maturo,
la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era.

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli
e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

Ponte Porto

Vista dal Ponte Luis I – Oporto

Party Girl

Party-Girl

Mettere la testa a posto“. E’ una di quelle frasi fatte che turbano l’uomo da quando è uscito dalla sua condizione primitiva per abbracciare il concetto di socialità.
Fin da piccoli siamo educati a lottare per una vita composta da elementi perfettamente sincronizzati l’uno con l’altro: una casa sicura, una famiglia perbene, un buon lavoro, investimenti senza rischio e comportamenti conformi al buongusto. E la libertà personale, secondo questa concezione – ahimè – diffusa tra i più, va letteralmente a farsi benedire.

Angélique, lunghi capelli neri spesso tenuti raccolti e occhi più azzurri e profondi del cielo, è arrivata alla soglia dei sessanta. Dopo oltre quarant’anni passati a fare la ballerina in un locale di striptease, è arrivato il momento di “mettere la testa a posto”.
Ma, può farlo, una Party Girl come lei?

Party Girl è l’appellativo che dà il titolo al film scritto a tre mani da Samuel Theis, Marie Amachoukeli e Claire Burger, che ha aperto la sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2014, vincendo la Camera d’Or, come Migliore Opera PrimaLa sua forza, però, sta nella caratterizzazione dei personaggi portati in scena da attori non più giovani, ma ancora arditi e per nulla timidi, tra cui Angélique Litzenburger e Joseph Bour.

Angélique vive ai margini della società in un paesino – sporco e per nulla invitante – della Lorraine, la Lorena terra di confine franco-tedesco, dove tutti sono inconsapevolmente bilingue, e di cui conosce ogni angolo, ogni via, ogni marciapiede e ogni strip-club. Ha quattro figli, avuti da quattro incontri occasionali diversi di cui non ricorda nemmeno un particolare. Le rughe che le solcano il viso non nascondono quella che era la bellezza di un tempo. Come una vedova nera, continua ad attirare a sé uomini di tutte le età.

La vita non è mai stata delicata con Angélique, bravissima ad affogare i suoi dispiaceri nell’alcool e a nascondersi dietro ad un ancor splendido sorriso.
Ma questa è la sua vita, vissuta secondo proprie regole, senza falsità e immersa in un mondo anticonvenzionale che sbandiera senza vergogna.

Angélique è imperfetta, ma è adorabile, forse anche invidiabile. Quando Michel, forzuto minatore e suo storico cliente, le chiede di sposarla entra in crisi. Come può una Party Girl diventare una moglie convenzionale, sempre a pulir casa, rammendare calzini e preparare una buona cena al suo consorte? Non può. A suo modo ci prova, ma alla fine non è lei a decidere. E’ il suo corpo che la mette davanti ad una scelta, rifiutando totalmente l’idea di essere toccata da un uomo che non ama.

L’idea che percorre il film – il contrasto tra libertà individuale e il conformismo richiesto dalla società per non restarne esclusi – è molto convincente. Un po’ meno lo sviluppo che si snoda in un susseguirsi di scene strappalacrime, comunque accompagnate da buona musica, e si chiude con un finale decisamente scontato. Come dire, la triade formata dai registi TheisAmachoukeli e Burger ci ha provato. Ma, in tutta onestà, non ha convinto.
Gli applausi sono solo per Angélique.

LGBT e minatori insieme con Pride

Pride
Mentre alla radio le note new wave e synth pop si diffondono grazie alla voce di Boy George che canta Miss Me Blind e It’s a Miracle, il primo ministro Margareth Tatcher non si fa scrupoli a gettare sulla strada oltre 20.000 lavoratori, impiegati nelle venti miniere disperse nello Yorkshire e nell’Inghilterra centrale.

E’ il 1984, Londra attraversa uno dei periodi più difficili dell’era thatcheriana: i minatori indicono il più lungo sciopero della storia – finirà il 4 marzo 1985 – e i gruppi cosiddetti queer prendono coscienza della loro diversità e rivendicano il diritto di rappresentanza. Tensioni sociali, marce, proteste, cortei e manifestazioni danno filo da torcere alle forze di polizia che reagiscono con arresti selvaggi e ingiustificati.

Una spirale senza via d’uscita? No, c’è spazio anche per la solidarietà, parola capace di unire due gruppi totalmente diversi: i minatori del Galles e il movimento LGBT, formato da gay, lesbiche, bisessuali e transgender.
Solidarietà è la parola chiave di Pride, il film vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes edizione 2014, che ha raccolto e continuerà a raccogliere standing ovation tra il pubblico dei più e dei meno esperti di cinema.

In autentico stile inglese qual è, il regista Matthew Warchus confeziona un feel good movie – perfettamente in linea con i vari Billy Elliot, Full Monty e Grazie signora Thatcher – in grado di far riflettere su un pezzo di storia contemporanea, drammatico e fondamentale nella lotta per i diritti civili, con il sorriso e qualche lacrima qua e là.

LGBT è l’acronimo di Lesbian / Gay / Bisexual / Transgender: riconoscersi in ognuno di questi quattro gruppi in modo così marcato vuol dire uscire dalla condizione di queer – tradotto con strano, stravagante, eccentrico, dubbio – e acquistare una propria identità. E’ quello che fanno i membri fondatori di LGBT, tra cui spiccano il leader Mark, l’introverso Gethin, l’insicuro fotografo Joe, l’intrepida Steph e l’ex attore Jonathan.

Non è una conquista così scontata, visto che 30 anni dopo ancora c’è chi si ostina a dire “Ehi, finocchio!” e “Brucerai all’inferno“, chi nasconde la sua condizione di gay perché vive in una “famiglia timorata di Dio”, chi sputa in faccia agli omosessuali o chi nega l’accesso ai transgender nei locali pubblici stile energumeno “sono macho solo io”.
E’ il problema della società post-moderna: i gruppi che chiedono il riconoscimento sono ancora di più che negli anni Ottanta, la diversità aumenta e la paura dell’altro cambia. Certo, c’è una maggiore tolleranza, ma è solo superficiale e, quando la crosta si stacca, il ripieno di ignoranza, meschinità ed egoismo viene servito in una sola portata.

Pride non è solo solidarietà e diritti da conquistare. Nel film ci sono anche la politica militante, l’impegno e la dedizione per la comunità, le proprie aspirazioni personali e di vita. La parabola della dolcissima ed energica Sian James, che da madre e moglie si laurea e diventa rappresentante in Parlamento del partito laburista per Swansea, è esemplare.

Si parla di libertà e di lotta ai pregiudizi, si sfatano miti – su tutti il binomio divertentissimo lesbiche/vegetariane -, si fa un tuffo vintage nella musica degli Smiths e dei Culture Club nella scintillante cornice del Camden Electric Balloon, si rispolvera il look anni Ottanta con influenze punk, si conoscono abitudini, per nulla queer, dei gay, si impara ad amare – meravigliosa la relazione tra Gethin e Jonathan, si esce dal paesino sperduto e bigotto per andare a ritrovarsi nella grande e coloratissima parata gay del 29 giugno 1985 a Londra, guidata dai minatori gallesi e dagli appartenenti al LGBT. Ebbene, l’amicizia intelligente supera le differenze.

Un occhio al cast: risaputa e confermata la bravura dei “vecchi” Imelda Staunton, Bill Nighy e Dominic West. Ma sono i giovani a fare la parte del leone: Ben SchnetzerGeorge MacKay e Faye Marsay sono i sorvegliati speciali delle prossime uscite al cinema.