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Big Eyes by Tim Burton


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“Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo”. Questa battuta dà avvio a Big Eyes, il film che segna il ritorno al cinema di Tim Burton ma nella forma di un biopic sulla vita dell’artista tuttora vivente Margaret Keane e non nelle splendide cornici fiabesche cui ci ha abituati in tanti anni di cinema visionario.

Non ci sono tinte gotiche in questo spaccato biografico – è la seconda prova di genere per Burton, dopo Ed Wood – che porta alla luce la storia di un amore che si rivela essere un plagio artistico. Quando Margaret incontra Walter Keane è una giovane pittrice di volti infantili, caratterizzati da enormi occhioni malinconici, che in epoca di astrattismo e pop art avrebbero ottenuto un sorprendente successo di mercato e il disprezzo palese della critica.
I due si conoscono, si piacciono, si sposano e lui comprende il suo talento e lo sfrutta. Lo sviscera, lo commercializza, lo svaluta e se ne prende il merito: lei realizza opere d’arte per un valore di milioni di dollari incidendo, in calce, le iniziali del marito.

Margaret è così brava a vedere il mondo attraverso gli occhi che dipinge, ma non è altrettanto scaltra a capire che Walter vuole solo rubarle successo e fama per vivere una vita come lui avrebbe voluto. In una grande villa stile hollywoodiano piena di comfort, certo, ma anche di grande solitudine e disprezzo. E’ l’amore che porta Margaret a coprire una bugia che in pochissimo tempo diventa totalmente ingestibile e la allontana dall’unica che la conosce fino in fondo, la figlia Jane.

Burton presenta una storytelling che include i temi del femminismo e del matrimonio, nei tempi dei presidenti Kennedy e Johnson. Ma è la concezione dell’arte e la sua mercificazione che domina la pellicola, l’elogio della bugia, prima conseguenza del capitalismo. E sullo sfondo, da contrasto, ecco le solari location di San Francisco e delle Hawaii.

Fino a qui sembra che Big Eyes sia un film strepitoso. Non è esattamente così. Di Burton va certamente apprezzato il radicale cambio di rotta: dopo vent’anni filma una biografia senza la certezza di avere i suoi attori feticci Johnny Depp – Helena Bonham Carter ed una enorme produzione alle spalle.
Il cineasta californiano commette, però, due errori: mischia troppi generi senza la giusta logica – tanto biopic, commedia qua e là, un pizzico di thriller, un altro po’ di satira – e conclude con un finale freddo, frettoloso e incolore che non rende giustizia allo spessore della storia raccontata. A Burton, dunque, manca il guizzo che lo ha reso geniale in tante altre produzioni. 

Se tra le spettatrici di Big Eyes qualcuna fosse nelle stesse condizioni di Margaret, si deve sperare che abbia trovato la forza di ribellarsi ad una società che oggi tocca apici di maschilismo, consumismo e conformismo nelle idee.
Gli strascichi del capitalismo non sono morti, anzi. 

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