diritti umani

Welcome – una parola, nessun significato

Welcome

Guardate l’immagine nella foto: che senso attribuite alla parola Welcome? E, secondo voi, che valore le danno gli abitanti degli altri paesi europei?

Se ancora ci state pensando, ritagliatevi poco meno di due ore per guardare il penultimo film del regista francese Philippe Lioret. Il titolo, provocatoriamente lasciato in inglese, è Welcome. Presentato al Festival di Berlino nel 2009, ha vinto il Premio Europa Cinemas e il Premio LUX del Parlamento Europeo, per aver contribuito al dibattito su “questioni che stanno a cuore alla società europea“.

Welcome non è una pellicola francese che regala immagini visionarie sulla profondità della bellezza, e dei limiti, del cinema – stile Holy Motors o L’Ètoile Du Jour per intenderci. Siamo di fronte ad un’opera che intreccia la denuncia sociale, artificio cinematografico tipicamente americano, con il carattere intimista del cinema d’Oltralpe, ben espresso nelle musiche al piano del polacco Wojciech Kilar.

Il tema è quello – ostico, spinoso e mai destinato a risolversi – dell’immigrazione. Se pensate che la legge italiana in materia sia una barbarie allora, per completezza di informazioni, dovete conoscere quello che è accaduto in Francia ai tempi del governo Sarkozy, fautore di una politica ferrea contro i sans-papiers.

In tanti ci hanno provato ad attraversare a nuoto il freddo stretto della Manica dalla Francia all’Inghilterra, e da questa disperazione, che nasce prima di tutto dall’inseguimento di un sogno, Lioret ha preso spunto per Welcome, di cui ha scritto anche la sceneggiatura.
Calais, la città attorno a cui ruota l’azione del film, testimonia l’incubo quotidiano di una dura terra di frontiera.

Da una parte c’è la massa dei disperati che deve trovare i soldi – fino a 500 euro – per pagare i trafiquants d’êtres humains e avere il posto assicurato sui TIR per passare il confine. Persone che accettano qualsiasi sacrificio, che arrivano a mettersi in testa sacchetti di plastica per eludere i sensori ai controlli in frontiera e rischiano la morte.

Dall’altra, come un brutto specchio riflesso, c’è il mondo delle forze di polizia che fa dei rastrellamenti e dei pestaggi il suo pane quotidiano, accompagnato dai numeri segnati con il pennarello sui polsi degli immigrati e dalle irruzioni nelle case di incensurati cittadini, colpevoli solo di aver aiutato altri esseri umani in difficoltà.

In mezzo, c’è una popolazione che sa essere solidale e che “si incazza per l’indifferenza“, ma anche intollerante al punto di dire “non voglio fare entrare quei clandestini nel mio negozio“.
In mezzo, a questa popolazione, c’è il protagonista Simon che ha il volto di Vincent Lindon.

La sua storia è quella di un ex campione di nuoto che decide di dare lezioni a un giovane immigrato curdo, Bilal, arrivato a Calais per poi ripartire – a suon di bracciate nel gelido Oceano Atlantico – alla volta dell’Inghilterra dove c’è la sua amata.
Simon lo aiuta, all’inizio senza neanche crederci troppo, perché spera di riconquistare l’ex moglie, attiva nel volontariato, e perché il coraggio di questo ragazzo è ammirevole.
I suoi lineamenti, così delicati, sono inversamente proporzionali alla sua forza, così grande. La purezza dei suoi sentimenti supera le violenze fisiche e psicologiche che subisce.

Il loro rapporto si trasforma pian piano in una sincera amicizia, anche contro le leggi imposte dalle autorità. La disobbedienza in solitaria di Simon ha un valore politico elevato, perché va contro l’ipocrisia di una popolazione che fuori dalla porta di casa mette deliziosi tappetini con la scritta welcome e neanche lontanamente sa cosa voglia dire.

Lo sguardo disilluso e rassegnato del personaggio di Lindon riflette le sensazioni di un uomo che capisce a sue spese le ingiustizie che molti suoi concittadini fingono di non vedere.
Piccoli e grandi soprusi compiuti ogni giorno nel disprezzo dei più elementari diritti umani.

Ora, vi rifaccio la domanda di inizio recensione: che senso attribuite alla parola Welcome?

 

Annunci