Igor Samobor

Class Enemy

Class-Enemy

“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive”.

E’ uno dei passi che più fanno riflettere di quel capolavoro che è La montagna incantata di Thomas Mann. E’ anche il leitmotiv di Class Enemy, l’opera prima del 29enne regista Rok Biček, film premiato con il Fedeora alla 70esima Mostra di Venezia e finalista al premio Lux del Parlamento Europeo.

Siamo in Slovenia, una delle nazioni con il più alto tasso di suicidi al mondo. Terra delle uccisioni di massa perpetrate al termine della seconda guerra mondiale, quando i partigiani si vendicarono contro i collaborazionisti sconfitti. 

In un liceo come tanti, in una classe come tante, dove vige un clima di apparente normalità, il primo elemento di disturbo è l’arrivo di un nuovo professore, il durissimo Robert Zupan, venuto a sostituire un’amorevole collega prossima alla maternità.
Il suo ingresso – “I ragazzi sono indisciplinati, non caotici” dice – innesca un discutibile corto circuito prima su piano didattico e poi su quello umano. Non passa molto tempo perché ci sia un secondo elemento di disturbo: il suicidio di una studentessa .

Ecco allora che le cinque fasi di superamento del lutto si traducono per gli studenti in una fase unica, quella della rabbia. Rabbia che vuole a tutti i costi un capro espiatorio e la trova proprio nel professore, colpevole di aver scatenato troppe domande nelle fragili menti e personalità dei giovanissimi protagonisti.
Il professor Zupan è il colpevole perfetto, il nemico perfetto, il nemico di classe: “Maledetto nazi” lo apostrofa qualcuno. Si apre una guerra che nessuno può vincere senza uscirne danneggiato. Professori, studenti, genitori e istituzioni hanno a turno torto e ragione, sono a turno buoni e cattivi.

Il suicidio, che certamente è il tema del film, diventa anche il pretesto per fare della classe un ring, dove ci si avventa l’uno contro l’altro sull’onda delle emozioni. Una soluzione ci sarebbe: la cultura, intesa come arma per combattere contro il conformismo, la superficialità e le abitudini piccolo-borghesi. Cultura che riscopre i grandi classici, tra cui il Thomas Mann citato in apertura che tanto conosceva il dolore di chi resta, visti i due figli morti suicidi. Occorre interrogarsi su quello che ci accade intorno, non solo agire sulla scia di impulsi. Comunicare con gli altri, attraverso la parola e i gesti.
Riflettere su come ha senso vivere la propria vita.

Biček mostra chiaramente l’incomunicabilità tra nuove generazioni e istituzioni: basti vedere come i genitori siano egoisti, ostili al dialogo, subito pronti a giustificare i loro figli in maniera aprioristica. Laconico è il commento della preside della scuola: “Siamo nel ventunesimo secolo: prima loro temevano noi, ora noi temiamo loro“. Senza pietà e ragionevolezza alcuna è il manifesto dei ragazzi che, chiusi nella cabina radio del liceo, sproloquiano insulti gratuiti ad un professore che ha solo cercato di esercitare bene il suo mestiere.

Grazie a un solido cast che mischia attori professionisti – Igor Samobor è una star del cinema sloveno – con studenti reclutati dal regista, Class Enemy convince sul piano del realismo e dei suoi interpreti, tutti perfettamente amalgamati, ma anche sfumati, con il loro personaggio. Non esiste un solo punto di vista, ma enne modi di pensare e di vivere, distinti per fasce d’età, ma comuni nella ribellione. Una carrellata di tipi – anche di diverse nazionalità – presenti nella società odierna. Impossibile non menzionare la praticità di una coppia di genitori cinesi che alle baruffe senza arte né parte preferiscono la praticità del loro lavoro.

La domanda finale è per tutti: cosa ci porta e quanto ci costa ogni singolo atto di ribellione?

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