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Tangerine

Tangerine
Tangerine è il colore del cielo della Città degli Angeli al tramonto. Fa venire voglia di sognare, di pensare a cose belle, di sperare in un futuro migliore, fa anche avere l’illusione di poter essere migliori. E’ un po’ quello che vorrebbe Sin Dee Rella, appena uscita dal carcere dopo 28 giorni e che, come prima cosa, va alla ricerca del suo fidanzato. Sembra quasi una fiaba, che rimanda a Cenerentola, vista l’assonanza dei nomi.

Ma le cose non sono così semplici. Sin Dee Rella è una prostituta transessuale che sta con un pappone che l’ha tradita con una donna ‘vera’. E viene a scoprirlo dalla sua migliore amica Alexandra, anche lei prostituta transessuale, in una tavola calda della cosiddetta Tinseltown, la zona celebre per il Sunset Boulevard ed i vari studi cinematografici. Immediata la caccia al fedifrago e all’amante.

Tangerine, l’ultimo film del regista indie Sean Baker, parte proprio da qui. Da un viaggio, ben poco turistico, ma molto realistico e ben disegnato, in una Los Angeles alla vigilia di Natale e che di natalizio non ha nulla – non ci sono addobbi, luci, Babbi Natale, alberelli, neve, solo un gran sole che regala sfumature color mandarino – fatto di drogati, papponi, faccendieri da quattro soldi, prostitute e trans che popolano i sobborghi tutt’altro che patinati della megalopoli californiana.

Un viaggio tra lunghe camminate, autobus e metropolitane ripreso interamente con tre iPhone 5 e montaggio eseguito con semplici programmi per PC che hanno permesso al regista di annullare quasi le spese per l’aspetto tecnologico. Chiaramente, le immagini non sono quelle patinate che si vedono nei film ‘tradizionali’, ma la bravura di Baker sta anche nell’aver saputo dare al suo film una certa eleganza formale sfruttando al meglio una Los Angeles che è capace anche di essere coloratissima e luminosa.

La scelta di due interpreti davvero transessuali rende ancora più reale la storia di Tangerine. Mya Taylor e Kitana Kiki Rodriguez, alla loro prima prova da attrici, danno dignità alla T della sigla LGBTQIA.
Ma il vero punto di forza del film è la colonna sonora, forte, urbana, che entra sottopelle e diventa parte dello spettatore, accostandosi in modo perfetto alla regia nervosa e sempre in movimento.

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Telegram, l’App che sa di spionaggio

Telegram
Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo al 22 febbraio 2014, ore 20 italiane: tutti i social network impazziscono. WhatsApp smette di funzionare per qualche ora e in rete dilaga il panico paura. Senza il servizio di messaggistica istantanea più famoso, il mondo precipita nel più profondo dei burroni, concetto ben espresso nel trend topic di Twitter #whatsappdown.

Il motivo? Qualche ora prima, Jan Koum aveva venduto la sua App a quel gigante piglio-tutto-io di Facebook, e già registrava il primo tonfo. Mentre Mark Zuckerberg si prendeva macumbe di ogni genere e tipo, Koum, seduto sui suoi 19 miliardi di dollari, faceva i conti con la sua coscienza per aver venduto l’anima al diavolo.

Spostiamoci in Russia, nello stesso identico giorno, un paio d’ore più in là. I fratelli Nikolai e Pavel Durov sono lì che se la ridono: il loro Telegram – completamente gratuito per iPhone e Android – viene scaricato nel giro di pochissimo tempo da 5 milioni di utenti che, disperati e in crisi mistico-comunicativa, hanno la necessità di un’App per il messaging.

La domanda a questo punto è una sola. Perché proprio Telegram e non altre applicazioni – WeChat, Viber, Hangouts e Skype, per esempio – che comunque funzionano?
La prima, e più importante, è che l’App che viene dalla Russia è studiata appositamente per garantire la segretezza delle conversazioni.

Un concetto, quello della segretezza, che è esploso ulteriormente dopo l’acquisto di WhatsApp da parte del Faccialibro che, prima di tutto, è un’azienda che campa di raccolta di dati e pubblicità e ha tutto l’interesse ad acquisire le informazioni di chi ne fa uso.
Un esempio? Mettiamo caso che io e un amico nelle conversazioni parliamo di quanto ci piacciono le Fiesta. Non ci vuole niente per Zuckerberg & co. a sparare la pubblicità della Ferrero all’apertura della nostra pagina FB. Una passione dolciaria trasformata in un banner o in un ADV che, diciamocelo, dà fastidio quasi come una pagliuzza in un occhio.

Ecco, sulla falsariga di Snapchat, Telegram offre la possibilità di creare delle chat segrete a cui viene associato un meccanismo di autodistruzione. Roba da spionaggio puro: un timer ricorda entro quanto tutti i messaggi spariscono nel nulla. Per assicurarsi che la codifica sia sicura, si può sfruttare un’immagine creata per funzionare da chiave crittografica. Una sorta di codice di sblocco, insomma. 

Per il resto, in un’interfaccia giovane e fresca, con pochi ed essenziali elementi, Telegram consente di avere un’esperienza di utilizzo come Whatsapp: ci sono le normali chat, singole o plurime, e si condividono le stesse cose, tra messaggi, foto, video e posizioni geografiche.

Altra evoluzione: Telegram è presente anche in una versione web, utilizzabile da browser. Quindi, per conversare non è necessario dipendere interamente dallo smartphone. E ancora, ultima cosa, l’App che arriva dal freddo consente a sviluppatori terzi di creare un proprio client Telegram.

Conclusione: caro Mark Zuckerberg, hai una bella messaggistica da pelare.