jane fonda

E se vivessimo tutti insieme?

e-se-vivessimo-tutti-insieme-ok


Albert: brontolone dal cuore d’oro e inguaribile burlone.

Jeanne: il coraggio di pensare agli altri prima che a se stessi, piccolo cedimento di gioventù a parte.

Claude: fotografo alla scoperta del sesso in tutte le sue forme.

Jean: la politica si è fermata al socialismo.

Annie: una timida che brucia di passione.

Sono i protagonisti di E se vivessimo tutti insieme? commedia francese del 2011 uscita in sordina nelle sale italiane per poi essere relegata agli scaffali dei DVD non proprio da collezione secondo la stragrande maggioranza del pubblico italiano, atavicamente attratta dai colossi USA e naturalmente avversa alle produzioni d’Oltralpe.

Pubblico italiano a parte, il problema dei film francesi è che raramente riescono a superare i confini nazionali. E il fatto che il regista Stéphane Robelin, alla sua seconda opera dopo Real Movie, inserisca nel cast nomi come quello dell’ex Barbarella Jane Fonda e di Geraldine Chaplin, figlia del grande Charlie, non lo aiuta comunque.

E’ un peccato perché Robelin lancia al cinema un bel messaggio: rompere i tabù legati alla terza età. I cinque protagonisti, infatti, sono tutti ultrsaettantenni che decidono, in seguito ad acciacchi più o meno gravi, di andare a vivere tutti insieme nella casa di una delle due coppie. Politicamente parlando, secondo l’occhio del padrone di casa Jean, l’intento è un po’ quello di ricreare le comuni degli anni ’70 nell’ottica… des personnes âgées.

Guai a chiamarli vecchietti: il film si apre con l’ubiquo Jean impegnato in una manifestazione contro les flics, seguito da Claude che sviluppa photos osées con un entusiasmo assente nelle nuove generazioni. “Dopo aver fotografato matrimoni per mestiere preferisco ritrarre le puttane“, dice. E come dargli torto: ha senso parlare di matrimonio, oggi?

Insomma, si, i protagonisti sono anziani, ma di quelli che non si lasciano andare e che si regalano ogni della sana vita piacevole. Come dice Jeanne nei primi minuti: “Assicuriamo tutto, l’auto, la casa, la vita, ma non ci preoccupiamo di quello che faremo nei nostri ultimi anni“.

Ecco allora che i cinque amici si ritrovano più volte davanti a una tavola imbandita di buon formaggio e di immancabile vino, tavola collocata in cucina, in salone o nel bel mezzo di una piscina ovviamente vuota. Che portano a spasso il cane, che organizzano una fuga all’ultimo minuto dall’ospizio, che  ricordano i tempi della giovinezza, che litigano per un presunto tradimento di 40 anni prima, che fanno scherzi da “maschi ed emeriti coglioni”, che decidono di non dire più nulla delle proprie condizioni di salute, anche gravi, per non rovinare l’armonia di se stessi e degli altri con cui si sta così bene. Che continuano a parlare di sesso con il vigore dei vent’anni.

Le tematiche sono buone, ed è già tanto che Robelin riesca ad affrontarle pur restando nei limiti puritani definiti dal Cinema per la terza età, ma vengono esplorate attraverso un artificio che, in tutta onestà, ha un po’ stufato.
L’onnisciente macchina da presa del regista si palesa nel film sottoforma dei quaderni di lavoro di Dirk, giovane etnologo assunto come dog sitter che si trasferisce nella comune per portare a compimento la sua tesi, incentrata sui tratti salienti dei vecchi d’Europa. Il suo è il classico percorso di formazione che non aggiunge molto alla commedia, a parte una scena sensuale e il solito imbarazzo di les bons gars, che nel 2014 dovrebbe essere sdoganato.

La senilità non è una brutta cosa, in fondo. E’ semplicemente un modo diverso di affrontare la vita.
Si può vederla con gli occhi innocenti di Albert, che fa il suo ingresso nel film guardando con stupore i bambini che escono da un asilo. O con l’incoscienza di Claude. O con lo spirito ardente di Jean. O con la timidezza di Annie. O con la trasgressione di Jeanne.

A voi la scelta.

Annunci