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Tangerine

Tangerine
Tangerine è il colore del cielo della Città degli Angeli al tramonto. Fa venire voglia di sognare, di pensare a cose belle, di sperare in un futuro migliore, fa anche avere l’illusione di poter essere migliori. E’ un po’ quello che vorrebbe Sin Dee Rella, appena uscita dal carcere dopo 28 giorni e che, come prima cosa, va alla ricerca del suo fidanzato. Sembra quasi una fiaba, che rimanda a Cenerentola, vista l’assonanza dei nomi.

Ma le cose non sono così semplici. Sin Dee Rella è una prostituta transessuale che sta con un pappone che l’ha tradita con una donna ‘vera’. E viene a scoprirlo dalla sua migliore amica Alexandra, anche lei prostituta transessuale, in una tavola calda della cosiddetta Tinseltown, la zona celebre per il Sunset Boulevard ed i vari studi cinematografici. Immediata la caccia al fedifrago e all’amante.

Tangerine, l’ultimo film del regista indie Sean Baker, parte proprio da qui. Da un viaggio, ben poco turistico, ma molto realistico e ben disegnato, in una Los Angeles alla vigilia di Natale e che di natalizio non ha nulla – non ci sono addobbi, luci, Babbi Natale, alberelli, neve, solo un gran sole che regala sfumature color mandarino – fatto di drogati, papponi, faccendieri da quattro soldi, prostitute e trans che popolano i sobborghi tutt’altro che patinati della megalopoli californiana.

Un viaggio tra lunghe camminate, autobus e metropolitane ripreso interamente con tre iPhone 5 e montaggio eseguito con semplici programmi per PC che hanno permesso al regista di annullare quasi le spese per l’aspetto tecnologico. Chiaramente, le immagini non sono quelle patinate che si vedono nei film ‘tradizionali’, ma la bravura di Baker sta anche nell’aver saputo dare al suo film una certa eleganza formale sfruttando al meglio una Los Angeles che è capace anche di essere coloratissima e luminosa.

La scelta di due interpreti davvero transessuali rende ancora più reale la storia di Tangerine. Mya Taylor e Kitana Kiki Rodriguez, alla loro prima prova da attrici, danno dignità alla T della sigla LGBTQIA.
Ma il vero punto di forza del film è la colonna sonora, forte, urbana, che entra sottopelle e diventa parte dello spettatore, accostandosi in modo perfetto alla regia nervosa e sempre in movimento.

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Her, storia di un amore davvero universale

Her

E’ il 1847 quando Charlotte Brontë – sotto lo pseudonimo di Currer Bell – dà alle stampe il romanzo che si rivelerà essere il suo capolavoro Jane Eyre. Un passo recita:

Mi portavo sempre nel letto la bambola; gli esseri umani hanno bisogno di amare qualcosa
e, in mancanza di un oggetto più degno di tenerezza,
mi studiavo di provare piacere amando e vezzeggiando un piccolo idolo sbiadito,
malridotto come uno spaventapasseri
“.

L’amore, inutile negarlo, è il motore del mondo. In qualità di esseri umani ne abbiamo follemente e disperatamente bisogno. Tutto può essere oggetto di amore, una bambola come nel caso di Jane, o un sistema operativo, come nel caso di Her, il film che ha portato Spike Jonze a vincere l’Oscar 2013 per la Migliore Sceneggiatura.

Her, che non va tradotto nella versione italiana Lei per non perderne il senso, vince e convince perché il suo particolarissimo regista rappresenta un sentimento così complesso e universale portando all’estremo la sensibilità e la profondità che lo caratterizzano.

Lo fa attraverso dialoghi fittissimi, che in sottofondo recano canzoni degli Arcade Fire, i primi piani di un Joaquin Phoenix mai così intenso – e sì che lo era stato in Quando l’amore brucia l’anima – e una scenografia visionaria e sapientemente studiata che passa, con quella facilità che non disturba lo spettatore, dai colori sgargianti delle metropoli – Los Angeles e Shangai – alle tinte pastello dei luoghi del protagonista – il suo loft e il suo ufficio.

Ma andiamo con ordine. Her ci proietta in un futuro non troppo lontano, dove gli uomini vivono in stretta simbiosi con computer e telefonini, immersi in una tecnologia che non si fa vedere – di fatto si percepisce solo attraverso l’uso degli auricolari – che è anche in grado di avere una coscienza propria.

Theodore, il protagonista, è un uomo scottato dalla fine del suo matrimonio con Catherine: i due sono cresciuti insieme e, una volta diventati grandi, non sono riusciti ad integrare i loro cambiamenti. Per questo, si rifugia in un mondo chiuso e popolato solo da avatar. Non è così difficile per lui accettare di sperimentare un nuovo e sofisticato sistema operativo.

Avviene quasi per caso l’incontro tra Theodore e il suo OS1, da lui rinominato Samantha. Un colpo di fulmine: la voce femminile, quella della bravissima Scarlett Johansson, è intelligente, autoironica, sensuale, empatica e trasmette una personalità in evoluzione.
Un incontro che diventa l’inizio di un doppio percorso di formazione.

Da semplice attrazione per “Qualcuno che ama così tanto la vita” – questo dice Theodore di Samantha – i due iniziano una relazione vera e propria. Insieme scrivono lettere, vanno in spiaggia, si divertono al luna park, girano per le Boulevard e le Street di Los Angeles. Lei lo segue e guarda il mondo dal device che spunta dal taschino della camicia di Theodore.

Si ascoltano, si confidano, condividono esperienze in un crescendo di emozioni, fanno sesso, litigano, fanno pace, progettano e si amano. Cosa c’è di vero? Tutto. E’ una relazione pura e incontaminata. Nulla è assurdo: il loro amore sul filo della voce è dannatamente coinvolgente. Jonze riesce così bene in questa operazione che non permette al pubblico di giudicare Theodore che, in fondo, è tutti noi. 

Her mette in scena una società evitante. La regola è: tenere i sentimenti a debita distanza, perché sostenere il peso di vivere emozioni reali è troppo difficoltoso.
E’ più facile nascondersi dietro gli schermi di computer che diventano migliori amici virtuali. Quelli reali neanche riusciamo a guardarli in faccia: abbiamo paura. Coinvolgerci significa diventare vulnerabili e la post-moderna società del caos, della fretta e del multitasking non lascia spazio a cedimenti. E quel che è peggio, la società globale del rischio – ben studiata da Ulrich Beck – è lo scudo o meglio la scusa per non vedere noi stessi: non vogliamo conoscerci abbastanza.

Conoscersi: è quello che invece fanno Theodore e Samantha. Alla fine del film le loro strade si separano, ma ognuno porta con sé un bagaglio di esperienza fondamentale.
Lui riconosce le proprie emozioni e non ha più paura di esprimerle. 

Lei conosce e supera i suoi limiti passando dall’essere un semplice sistema operativo ad un androide che si fa desiderare come le donne sanno fare: “Sono tua e non sono tua” dice a un Theodore che sente di perderla ogni minuto di più.

Spike Jonze spiega – in modo a volte ironico, a volte dolce, a volte grottesco e a volte paradossale – come facciano due cervelli a costruire quel piccolo miracolo chiamato amore. E l’alienazione tecnologica, altro grande tema del film, non è fine a se stessa: i palmari, gli auricolari, i sistemi operativi non sono guardati con disprezzo o con eccessivo ottimismo. Sono solo strumenti utili a far riflettere su affari ben più importanti: solitudine, amicizia, sessualità e nuove forme di relazione.

Due appunti. Primo: Her va visto nella versione originale. Non me ne voglia Micaela Ramazzotti, ma il suo mestiere è l’attrice, non la doppiatrice. Secondo: studiate ogni singolo tratto dei sorrisi di Joaquin Phoenix, vi verrà subito voglia di fare qualcosa di bello. Per voi.