oscar 2015

American Sniper

American_Sniper
Ci sono tre tipi di persone: le pecore, i lupi e i cani pastore.
Ci sono persone che credono che il male non esista. E quando bussa alla loro porta, hanno paura e non sanno cosa fare. Queste sono le pecore.
In questa casa non si crescono pecore e se diventerete dei lupi giuro che farete i conti con me.

E’ la lezione che un padre dà ai suoi figli, durante un pranzo della domenica. Qualche anno dopo, il figlio maggiore diventa La Leggenda: è Chris Kyle, ad oggi il cecchino più micidiale nella storia dell’esercito americano. Il suo taccuino registra oltre 160 persone uccise durante la guerra in Iraq, anche se lui ne rivendica quasi il doppio. Si ritira dai Navy Seals per dedicarsi alla famiglia, scrive un’autobiografia e muore, assassinato da un reduce di guerra come lui.

La sua storia di straordinario uomo medio è stata portata al cinema da Clint Eastwood, regista del film che porta lo stesso titolo del libro di Kyle, American Sniper. Suddiviso in un prologo, quattro atti corrispondenti alle quattro missioni in Iraq di Kyle sempre volontario e un epilogo, il regista dagli occhi di ghiaccio narra le gesta dell’eroe che non tentenna mai. Forte del suo credo, fondato su tre pilastri – Dio, Patria e Famiglia – vive con lo scopo di salvare la vita dei propri compagni in combattimento.

Certo, è evidente che per Eastwood quest’uomo è un eroe nazionale e il film che gli costruisce attorno lo celebra. Ma, prima di accusare (nuovamente) il regista di essere un conservatore guerrafondaio, bisogna notare come in questa pellicola, forse di più che nel dittico Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima, dimostra di comprendere a fondo la fragilità umana.
Identifica la telecamera con il disfacimento psicologico e morale in corso del corpo/macchina da guerra di Chris e, più in esteso, del dispositivo militare americano. Se Kyle appare inizialmente invincibile, in un secondo momento la sua mente e il suo corpo devono fare i conti con la distonia percettiva e la schizofrenia di chi è coinvolto in ogni sorta di conflitto.

Per il resto, American Sniper ha un ritmo lento, ma inarrestabile, costruito come un western, con duello a distanza tra due pistoleri nemici giurati, l’attacco al fortino e l’arrivo della cavalleria. Narrazione classica e potenti accelerazioni nelle scene d’azione e violenza. Lode al protagonista, Bradley Cooper, che ha appesantito il suo aspetto fisico per sposare la parte, e ci riesce alla perfezione.

Guardare un film, anche quello che si rivela essere il più insipido mai realizzato, significa avere la mente libera da qualsiasi pregiudizio, pronta ad analizzare modi differenti di vedere le cose rispetto ai propri. Ecco, diciamo che American Sniper non è adatto ad alcune categorie di persone: a chi non ama la propaganda, a chi detesta le americanate, a chi rifugge i western e i film di guerra, a chi non concepisce il concetto di eroe nazionale. Ma fatelo uno sforzo. 

Annunci

Il Capitale Umano

Il-capitale-umano

Una delle eredità, tra le peggiori, lasciate dal capitalismo è la nascita del binomio capitale umano, inteso come il valore economico di ogni singolo individuo calcolato in base alla sua potenziale produttività. In parole povere, questo concetto distrugge le ragioni della convivenza umana. All’individuo della società post-moderna restano l’apparenza, la quotazione di se stessi, la paura di non essere nessuno, di non farcela e di non valere niente.

La generazione che ne esce è ben vestita, organizza party pseudo-benefici, gioca a tennis tutti i venerdì mattina, ha conference call ogni giorno, naviga nell’oro – ma solo per poco perché la crisi non risparmia nessuno. Uomini e donne complici del disastro di una nazione, l’Italia. Questa generazione è la protagonista de Il Capitale Umano e non è certo un caso se il film che Paolo Virzì ha realizzato come adattamento dell’omonimo libro dell’inglese Stephen Amidon si conclude con: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto“.

Se Virzì è noto al cinema italiano per esplorare il buio che si nasconde dietro un contesto solare, nella sua ultima fatica compie esattamente l’opposto. Già aveva virato su toni amari con Tutta la vita davanti, commedia grottesca e apocalittica sul mondo del lavoro, ma con Il Capitale Umano inquadra e centra perfettamente l’obiettivo.
Dunque, il regista livornese cambia registro e toni, pur restando – e non vogliamo che faccia diversamente – fedele alla sua capacità di raccontare le emozioni con forte realismo. Il suo film è una storia corale in cui la ricerca del colpevole è solo un pretesto per analizzare da vicino due famiglie, così diverse per estrazione sociale, abitudini e stili di vita, e così simili nelle loro grette ambizioni e grandi miserie.

La sceneggiatura ha come punto centrale il concetto di responsabilità: quando le cose vanno male – e ne Il Capitale Umano accade spesso – chi deve assumersi le proprie colpe? I candidati sono tanti: un padre-padrone che ha educato il figlio secondo la mera logica della competizione, un’ex attrice che ha sacrificato i propri sogni in nome di una vita tranquilla da mantenuta, uno zio che passa le giornate a fumare marijuana anziché occuparsi del nipote in affido, un piccolo imprenditore che smette di fare la formica per diventare cicala senza logica. Ma alla fine nessuno di loro viene punito, perché ognuno di questi personaggi scarica le sue responsabilità sugli altri. A farne le spese è un povero cristo che torna in bicicletta dal lavoro al cantiere e viene investito da un altro povero diavolo in cura da una psicologa infantile. Sono loro il capitale umano del titolo, loro si sacrificano per tutti.

Diviso in capitoli – che sono i punti di vista dei protagonisti – il film è un noir che riflette, finalmente, con quel cinismo e quella crudezza estrema da tempo assenti nel cinema italiano, su una grande verità: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. I ricchi sono marci dentro, i poveri sono la sintesi perfetta di intelligenza e imbecillità. Non si salva nessuno, tutti fingono di non vedere la corruzione, si voltano dall’altra parte o ne traggono vantaggio.

Non è più tempo di scherzare – è questa, in fondo, l’ammonizione di Virzì al cinema italiano fatto di commediole amorose e cinepanettoni – perché la morale italiana è confusa e riflette un paese a cui sono crollate le fondamenta.

I personaggi, che si muovono in un inventato paese della Brianza, sono impersonati da attori strepitosi, che sfruttano soprattutto la loro formazione teatrale. Il mondo degli adulti è composto dagli uomini Fabrizio Gifuni e Fabrizio Bentivoglio e dalle donne Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi. E’ proprio quest’ultima a regalare l’interpretazione più vibrante, intensa, goffa e anche un po’ patetica.
Il mondo dei giovani vede i volti di Guglielmo Pinelli e dei bravissimi Matilde Gioli, ex campionessa di nuoto sincronizzato, e Giovanni Anzaldo, visto anche in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana.

Il Capitale Umano, già vincitore del David di Donatello come miglior film, rappresenta l’Italia nella selezione per il miglior film straniero agli Oscar 2015. Non resta che fare a Virzì un grosso in bocca al lupo: la sua è, finalmente, un’ottima prova registica italiana, come non se ne vedevano da tempo.