shudder to think

Dare to Live – Dallas Buyers Club

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Un colpo. Poi un altro. E un altro colpo ancora. Imboscato in uno dei box di partenza di un rodeo, Ron Woodroof è impegnato nell’ennesimo rapporto sessuale violento e rude, come solo un buon texano sa fare. Fuori dal box, un rodeista è intento a restare in sella ad un toro che fa di tutto per liberarsi dal suo dominio. 

Polvere, sporco, competizione, tabacco, alcool, soldi, scommesse e sesso: sono le prime immagini che evoca Dallas Buyers Club, il film di Jean-Marc Vallée che ha fruttato gli Oscar come Miglior Attore Protagonista e Miglior Attore Non Protagonista rispettivamente a Matthew McConaughey e Jared Leto.

Il film non è un Philadelphia rivisitato e corretto e nemmeno un mero tentativo di far leva sul corpo scheletrico dei due protagonisti. Di riflessioni ne apre tante e anche attuali pur partendo da una trama semplice.
Texas, anno 1986: a Ron Woodroof viene diagnosticato l’AIDS, e i medici gli danno 30 giorni di vita. Da quel momento, inizia la sua duplice lotta contro l’ipocrisia delle case farmaceutiche americane e contro l’ipocrisia dei benpensanti di Dallas verso la comunità gay e transessuale.

Ho l’impressione di lottare per una vita che non ho il tempo di vivere” dice Ron alla dottoressa che prende a cuore il suo caso. Già, ha senso combattere quando ti danno per spacciato? Cosa cambia avere a disposizione 30, 40 o 50 giorni?

Oh si che c’è differenza, e Dallas Buyers Club lo spiega bene. Si può fare come Ron, che si apre a una vita diversa da quella che per lui è normale tra sesso, alcool e droga, e diventa il padre di una crociata per recuperare farmaci che aiutano a vivere. Legge, si informa, sperimenta su se stesso, si muove da un paese all’altro alla ricerca di fondi per la sua causa. Conosce la solidarietà e l’amicizia con il suo (ex) peggior nemico, un transessuale lontano anni luce dal suo essere eterosessuale allo stato puro.

Perché di fronte alla malattia – l’AIDS in questo caso, ma ce ne sono altre migliaia – che strappa via la vita a morsi e lascia solo una pelle consumata dagli aghi delle punture di AZT, la cosa che conta è la dignità. D’accordo, si va verso il punto più profondo dell’inferno, ma il percorso va seguito portando rispetto prima di tutto a se stessi.

E’ quello che, invece, non fa – a parte alcuni sprazzi di lucidità – il transessuale Rayon a cui Ron chiede: “Un conto è che tu non piaci a me, ma perché non provi a volerti un po’ di bene?” Nonostante tutta la bontà di cui è il simbolo, la droga è più forte di qualsiasi cosa. Anche della consapevolezza che il corpo non risponde ai farmaci se non lo si ama abbastanza.

Di McConaughey – che in tutta onestà fino a Dallas Buyers Club sapevamo della sua esistenza solo per innumerevoli ruoli di fidanzatino d’America muscle and love – si ricordano espressioni, occhiate e voce. Quelle che usa per rispondere al disprezzo, al sessismo e alla violenza, fisica e verbale, gratuita e dilagante nella sua città.

Ma è Jared Leto è il pezzo forte. Il cantante dei Thirty Seconds To Mars è anche un magnifico attore. Si traveste e conquista, sia in versione donna sia in versione uomo. Intenerisce e ammicca alla cinepresa come una diva, con le sue calze smagliate, occhialoni scuri, vestiti mignon e trucco abbondante.

La storia è vera, Ron Woodroof è realmente esistito. Tutto quello che c’è intorno è reale: negli anni Ottanta le cure più o meno efficaci per combattere l’HIV negli States venivano represse. E i circoli, come Dallas Buyers Club, erano la vittima perfetta di una caccia alle streghe indetta dalle industrie farmaceutiche altrimenti dette lobby del potere perbenistaGli sforzi di Woodroof, poi riconosciuti a livello legale, hanno aperto la strada alla reale possibilità di cura di un male di cui, ancora oggi, si sa poco.

Un ultimo appunto, musicale. Oltre ovviamente a un pezzo dei Thirty Seconds To Mars, nella colonna sonora c’è la musica del duo indie rock canadese Tegan And Sara. Chiudiamo con il loro pezzo Shudder To Think.

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