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Party Girl

Party-Girl

Mettere la testa a posto“. E’ una di quelle frasi fatte che turbano l’uomo da quando è uscito dalla sua condizione primitiva per abbracciare il concetto di socialità.
Fin da piccoli siamo educati a lottare per una vita composta da elementi perfettamente sincronizzati l’uno con l’altro: una casa sicura, una famiglia perbene, un buon lavoro, investimenti senza rischio e comportamenti conformi al buongusto. E la libertà personale, secondo questa concezione – ahimè – diffusa tra i più, va letteralmente a farsi benedire.

Angélique, lunghi capelli neri spesso tenuti raccolti e occhi più azzurri e profondi del cielo, è arrivata alla soglia dei sessanta. Dopo oltre quarant’anni passati a fare la ballerina in un locale di striptease, è arrivato il momento di “mettere la testa a posto”.
Ma, può farlo, una Party Girl come lei?

Party Girl è l’appellativo che dà il titolo al film scritto a tre mani da Samuel Theis, Marie Amachoukeli e Claire Burger, che ha aperto la sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2014, vincendo la Camera d’Or, come Migliore Opera PrimaLa sua forza, però, sta nella caratterizzazione dei personaggi portati in scena da attori non più giovani, ma ancora arditi e per nulla timidi, tra cui Angélique Litzenburger e Joseph Bour.

Angélique vive ai margini della società in un paesino – sporco e per nulla invitante – della Lorraine, la Lorena terra di confine franco-tedesco, dove tutti sono inconsapevolmente bilingue, e di cui conosce ogni angolo, ogni via, ogni marciapiede e ogni strip-club. Ha quattro figli, avuti da quattro incontri occasionali diversi di cui non ricorda nemmeno un particolare. Le rughe che le solcano il viso non nascondono quella che era la bellezza di un tempo. Come una vedova nera, continua ad attirare a sé uomini di tutte le età.

La vita non è mai stata delicata con Angélique, bravissima ad affogare i suoi dispiaceri nell’alcool e a nascondersi dietro ad un ancor splendido sorriso.
Ma questa è la sua vita, vissuta secondo proprie regole, senza falsità e immersa in un mondo anticonvenzionale che sbandiera senza vergogna.

Angélique è imperfetta, ma è adorabile, forse anche invidiabile. Quando Michel, forzuto minatore e suo storico cliente, le chiede di sposarla entra in crisi. Come può una Party Girl diventare una moglie convenzionale, sempre a pulir casa, rammendare calzini e preparare una buona cena al suo consorte? Non può. A suo modo ci prova, ma alla fine non è lei a decidere. E’ il suo corpo che la mette davanti ad una scelta, rifiutando totalmente l’idea di essere toccata da un uomo che non ama.

L’idea che percorre il film – il contrasto tra libertà individuale e il conformismo richiesto dalla società per non restarne esclusi – è molto convincente. Un po’ meno lo sviluppo che si snoda in un susseguirsi di scene strappalacrime, comunque accompagnate da buona musica, e si chiude con un finale decisamente scontato. Come dire, la triade formata dai registi TheisAmachoukeli e Burger ci ha provato. Ma, in tutta onestà, non ha convinto.
Gli applausi sono solo per Angélique.

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