Toronto International Film Festival

The Dressmaker

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Una donna bellissima ed elegante arriva alla stazione di uno sperduto paesino dell’Australia. Con la sua Singer da un lato e una valigia piena di tessuti dall’altro, Tilly Dunnage entra in scena come una diva di Hollywood, ma non ad Hollywood. Siamo, infatti, a Dungatar e la cornice non la fanno le colline di Beverly Hills con le ville dei VIP del cinema e della moda, ma polvere, sterpaglie e casupole abitate da gente rozza e bigotta.

I’m back bastards“: Tilly è tornata al suo paese d’origine che 25 anni prima ha lasciato perché accusata di un reato gravissimo, la morte di un suo coetaneo. A colpi di taglio e cucito, abiti da sogno e un mix di arguzia e pazienza, la vendetta di The Dressmaker è servita.

Un po’ western, un po’ noir amaro e sarcastico, il film è un adattamento cinematografico dell’omonimo bestseller di Rosalie Ham. Lo mette in scena la Jocelyn Moorhouse, già sceneggiatrice di Insieme per caso: il tono di The Dressmaker è irriverente e la vendetta è affidata alle splendide creazioni di cui Tilly Dunnage, che ha lavorato con Balenciaga, Vionnet e Dior, è ideatrice e artefice.

Un teatrino eccentrico di personaggi stravaganti, ma potenti, ruota attorno a Tilly. Su tutti sua madre Molly, pazza e furba insieme, interpretata da un’eccezionale Judy Davis, il sergente Farrat – grande estimatore di lustrini e piume di struzzo – cui dà il volto un geniale Hugo Weaving, un astuto potentato locale e una maestra di scuola frustrata e solitaria.

Il coro di questi personaggi serve a dovere questo film brillante diviso in due atti: ai toni moderati della commedia sentimentale della prima parte – c’è di mezzo anche la storia d’amore con il belloccio del paese, il Liam Hemsworth noto alle cronache rosa come ex di Miley Cyrus – si sostituisce nella seconda parte l’escalation più pulp della vendetta vera e propria.

Un film che punta tutto sulla vista, con un’ottima fotografia incalzata dai 350 abiti della costumista Marion Boyce. Ma lo sfarzo di The Dressmaker nasconde una realtà molto profonda e attuale, pur essendo ambientato negli anni Cinquanta: in un mondo in cui le apparenze sono tutto, Tilly capisce che per punire i responsabili della sua “maledizione” deve sfruttare la forza dell’apparenza stessa. Come? Con la sua arma migliore: confezionare abiti capaci di far sentire i suoi gretti compaesani non più se stessi ma chi desiderano essere.

The Dressmaker, purtroppo, arriverà nelle sale cinematografiche italiane solo il 28 aprile 2016, distribuito da Eagle Pictures. Al Torino Film Festival 2015 è in concorso nella sezione Festa Mobile.

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The Drop – Chi è senza colpa

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Che quella belga sia una terra di registi contemporanei molto validi è cosa confermata dal Violet di Bas Devos, dall’Alabama Monroe di Felix Van Groeningen, da Il concerto di Radu Mihaileanu e dal Bullhead di Michaël R. Roskam.

Roskam appunto. The Drop – Chi è senza colpa è la sua ultima fatica ed è stato presentato al Toronto International Film Festival, quindi riproposto in anteprima italiana al Torino Film Festival 2014 nella sezione Festa Mobile.

Ci sono almeno tre buoni motivi per vederlo, estrosa e creativa terra natia a parte.
Uno, è l’ultimo film in cui recita James Gandolfini, l’indimenticabile volto di Tony Soprano nell’omonima serie, scomparso un anno fa. Due, lo sceneggiatore è lo scrittore Dennis Lehane che ha portato al cinema il suo racconto breve Animal Rescue, già autore dei romanzi da cui sono tratte le atmosfere cupe di Mystic River e Shutter Island. Tre, per 107 minuti riesce a calamitare l’attenzione in maniera costante e assoluta.

Nella Brooklyn del film il drop è l’atto di lasciare i soldi ricavati dall’attività criminale, pronti al riciclo, nei bar posseduti dalla mafia cecena che controlla la zona. Sullo sfondo un ambiente malavitoso, Cousin Marv’s è il bar dove lavorano due cugini: il mite Bob Saginowski, che cerca di fare solo il suo lavoro, e il rude Marv, che il più delle volte si fa prendere dall’avidità.

Due personaggi fortemente caratterizzati e per niente incastrati all’interno di aridi stereotipi affidati a due attori di spessore. Il ruolo di Marv è cucito addosso a James Gandolfini, la sua fisicità e la sua mimica facciale lasciano, per l’ultima volta, un segno indelebile. Il criminale è il ruolo con cui saluta il cinema e il suo pubblico e, certamente, non delude le aspettative.

Ma il vero protagonista qui è Tom Hardy, che si muove sul filo del rasoio tra le definizioni di eroe ed antieroe, sfugge alle etichette e convoglia le emozioni del pubblico. L’attore – che in The Dark Knight Rises di Christopher Nolan ha recitato praticamente solo con gli occhi – dimostra un’abilità eccezionale nella trasformazione da giovane impacciato a qualcosa di molto più sfaccettato. Il suo Bob Saginowski ricorda il Jimmy Markum di Mystic River: entrambi ex piccoli criminali, vorrebbero cambiare vita.  Ma gli eventi li riportano alla condizione di partenza. Succede qualcosa di buono, ma il male è comunque lì dietro l’angolo e ci si chiede se e quanto sia giusto fare cose cattive per fini buoni.

Bob va tutti i giorni in chiesa e altrettanto quotidianamente si interroga sul difficile rapporto tra bene e male. The Drop però non fa leva su grossi conflitti morali, quanto sulla loro insinuazione. La criminalità e i guai fanno parte della vita e come tali sono accettati in un’atmosfera dove niente è affermato dai dialoghi e dove tutto è detto tra le righe. Il senso non è già dato, perché Roskam chiede allo spettatore di trovarlo dietro dietro ai bluff e ai personaggi ambigui. In fondo, Chi è senza colpa?