tragedia

L’Amour di Georges e Anne non ha confini

Amour

Noi facciamo ogni giorno i nostri esercizi di logopedia, spesso cantiamo anche insieme. Generalmente verso le 5 io mi sveglio, a quell’ora lei non dorme ancora. Cambiamo il pannolone, io le metto della crema per evitare le piaghe e verso le 7 cerco di convincerla a mangiare e bere. A volte ci riesco, a volte no. A volte racconta cose della sua infanzia, oppure chiama aiuto per ore ed ore.
E poi, di colpo, scoppia a ridere. O a piangere.
Niente di tutto questo merita di essere messo in mostra“.

Nel suo Amour, vincitore dell’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2013, Michael Haneke mette in mostra proprio tutto questo. La nascita, l’evoluzione e il declino della malattia attraverso il corpo sempre più sofferente di Emmanuelle Riva, classe 1927.
Il coraggio, la dedizione e la solitudine di chi assiste il corpo malato tocca, invece, a Jean Luis Trintignant, classe 1930.

Autore di storie scioccanti e intrecci senza lieto fine, Haneke rientra nella categoria dei registi che “o si amano o si odiano”. Il suo, da Niente da nascondere a Il nastro bianco giusto per citare alcune opere, è un cinema estremo, che non ha paura di sviscerare la crudeltà umana, artificio usato per esprimere al meglio tutta la sua critica alla società contemporanea.

Attenzione, però. Diversamente dagli altri lungometraggi del regista austriaco, qui il filo conduttore non è un oggetto negativo, come la morte, sebbene Amour si apra con la scena di un corpo morto. E’ l’Amore, quello tenero e delicato che resiste al passare del tempo tra i due protagonisti, Georges e Anne, che dà titolo e corpo al film.

E di amore ce n’è tanto: i due sono entrambi insegnanti di musica in pensione, e la musica è la loro grande passione. Si punzecchiano con quella complicità che solo due innamorati puri sanno avere. Si confrontano con quella maturità che è simbolo di un rapporto mai logoro, intelligente, razionale, coltivato senza fretta e basato sulla stima reciproca. Si isolano dal resto della famiglia – dalla figlia Eve, interpretata da una misurata Isabelle Huppert – perché quella è la loro vita. E meritano di viverla secondo le loro regole. 

Serve coraggio, ad Anne, per chiedere a Georges di non lasciarla morire in un letto d’ospedale prima e di aiutarla a porre fine alla sua agonia poi. Serve altrettanto coraggio e dignità, un’altra delle parole chiave del film, a Georges per accompagnare la compagna – che diventa sempre più una bambina indifesa – verso l’epilogo.
Prima con dolcezza, quella che non prevede cateteri, flebo, corse folli in ospedali, esami invasivi e operazioni rischiose. Poi, con la forza di un cuscino schiacciato su un flebile respiro. E’ l’eutanasia la conclusione naturale della storia. Un atto che, nelle intenzioni del regista, non va giudicato, né capito. 

Haneke realizza la tragedia di Amour rispettando le tre unità aristoteliche. Unità di azione: come si affronta una malattia. Unità di luogo: la casa tipicamente borghese di Georges e Anne, una sorta di bunker inaccessibile a chiunque. Il regista muove la sua macchina con angoli di ripresa strettissimi, proprio in quell’appartamento, che denotano sacrificio, angoscia, claustrofobia, soffocamento e disperazione. Unità di tempo: dalla comparsa dell’ictus alla morte di Anne passa, tutt’al più, qualche settimana. I movimenti appesantiti della coppia Trintignant – Riva e il montaggio lento di Haneke creano, a mo’ di ossimoro, un’accelerazione del dramma interiore che dai personaggi si trasmette allo spettatore.

Una tragedia, quella di Amour, che fa uso del linguaggio simbolico. Il piccione che vaga nella casa dei protagonisti, è l’evidente metafora dell’anima prigioniera nel labirinto della malattia. Come si può rendere libera quell’anima? Decidendo il suo destino di morte: “Non è stato difficile, ti ho liberato” dice Georges all’ignaro volatile.

Amour è un ritratto asciutto del dolore umano. Non c’è compassione. Non ci sono lacrime. Non c’è consolazione. Non ci sono vie di mezzo. Non c’è scampo.

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