Elle

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Scena prima: una donna viene stuprata da un aggressore sconosciuto e mascherato.
Scena seconda: Michèle spazza via i cocci causati dall’assalto, si immerge in un bagno caldo, ordina del sushi, fa le analisi mediche per sicurezza, cambia le serrature, quindi torna al lavoro e agli amici come se niente fosse. Più tardi, ad una cena con l’ex marito e una coppia di amici rivela: “Non so come altro dirvelo, qualche giorno fa sono stata stuprata“.

Michèle è la protagonista di Elle, l’ultima fatica di Paul Verhoeven, Golden Globe come Miglior Film straniero, e di Isabelle Huppert, anche lei premiata l’8 gennaio 2017 come Miglior Attrice in un film drammatico. Film thriller con punte di spassosa comicità che si lascia vedere (e rivedere) senza difficoltà alcuna, Elle è tratto dal romanzo di Philippe Djian Oh…!

Destinato ad essere ambientato e girato negli USA con interpreti americani, i numerosi rifiuti delle attrici che Verhoeven aveva in mente per la parte di Michèle lo hanno fatto tornare sui suoi passi. Meglio così, Isabelle Huppert è perfetta ed incarna totalmente il didascalico titolo. Lei, Elle, è il mistero, il pericolo, il mezzo attraverso il quale chiunque ne esce modificato, stravolto e colpito. Dalla scena iniziale, e dalla struttura fisica, ci aspetteremmo che Michèle sia una vittima. Ma non lo è affatto.  La calma inquietante con cui affronta qualunque situazione la mette su un altro livello: il suo auto-controllo è tale da renderla il Personaggio

Il Personaggio capace di creare con il suo violentatore, che riconosce già a metà film nel vicino di casa, un rapporto morboso. Da stupro diventa ricerca di sesso spinto all’ennesima potenza, voglia di emozioni e di sensazioni che hanno come minimo comune denominatore la violenza. Perché il filo conduttore di Elle è, infatti, la violenza indagata sotto ogni punto di vista. Tutti i personaggi del film si sentono liberi di fare qualunque cosa, tradire gli amici, accettare tradimenti palesi in nome del quieto vivere, sposare qualcuno per pura lussuria, sorvolare come niente fosse su una violenza carnale subita, purché ci sia un tornaconto personale per ciò che concerne l’appagamento dei propri desideri. Ecco perché la pellicola di Verhoeven è anche un’analisi psicologica dei vizi migliori e peggiori della borghesia parigina, di cui la Huppert, splendida sessantenne, è la migliore interprete francese.

Una frase su tutte, pronunciata proprio da Michèle, racchiude il senso di questa pellicola, che mostra la cattiveria, quella vera, senza provare a spiegarla: “La vergogna non è sufficiente ad impedirci di fare certe cose“. Elle lancia la bomba, al pubblico le riflessioni. 

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Elvis & Nixon

Elvis e Nixon
Il 21 dicembre 1970 Elvis Presley e Richard Nixon si incontrano alla Casa Bianca. Esiste, di quell’incontro, un solo documento ufficiale: una foto gelosamente custodita negli archivi di stato statunitensi. Quella foto è la fonte di ispirazione di Elvis & Nixon, terzo film di Liza Johnson, arrivato nelle sale italiane il 22 settembre 2016.

Un film che racconta di Elvis senza nessuna canzone di Elvis. Un film che racconta di Nixon senza mostrare le sfaccettature di quella che è stata definita presidenza imperiale.
Liza Johnson costruisce il suo film sulla recitazione e sulla riflessione congiunta tra la decadenza di un mito, che morirà nel 1977 tra i veleni dei barbiturici, e la farsa del potere di quel presidente che nel 1974 diede le dimissioni per lo scandalo Watergate.

Elvis è interpretato da Michael Shannon, che prende un forte e biascicato accento del Sud e costruisce un ritratto complesso e grottesco di mito consapevole di esserlo. Di fronte, il presidente di Kevin Spacey, ingobbito per l’occasione, che sfodera tutta la sua vena comica e cinica, trasformandosi in una macchietta della più perfetta tradizione dell’avanspettacolo.

Nonostante il contesto sia interessante e ben definito – la ricostruzione si affida agli appunti del consigliere di Nixon Egil ‘Bud’ Krogh e al libro di memorie di Jerry Schilling Me and a guy named Elvis – la regista non gioca la carta della suggestione storica e ogni riferimento socio-politico è alleggerito da sfumature ironiche. Elvis & Nixon è un esperimento perfettamente riuscito di intrattenimento, sorretto dalla performance fisica dei due attori, capace di scoprire vezzi e ossessioni di due icone molto più simili di quanto ci si aspetterebbe.

Ma la forza della pellicola sta da un’altra parte. I primi 50 minuti ci aiutano a conoscere la psicologia dei personaggi, in modo da arrivare all’ultima scena, quella dell’incontro nello Studio Ovale, preparati. Sappiamo esattamente cosa Nixon non sopporti e chi pensa di trovarsi davanti, cosa voglia Elvis e quanto sia imprevedibile. Possiamo seguire gli eventi da due punti di vista diversi e goderci quella che è una perfetta sfida di dialettica. Ed ecco che Elvis & Nixon è una chicca cinematografica da vedere e rivedere.

Tangerine

Tangerine
Tangerine è il colore del cielo della Città degli Angeli al tramonto. Fa venire voglia di sognare, di pensare a cose belle, di sperare in un futuro migliore, fa anche avere l’illusione di poter essere migliori. E’ un po’ quello che vorrebbe Sin Dee Rella, appena uscita dal carcere dopo 28 giorni e che, come prima cosa, va alla ricerca del suo fidanzato. Sembra quasi una fiaba, che rimanda a Cenerentola, vista l’assonanza dei nomi.

Ma le cose non sono così semplici. Sin Dee Rella è una prostituta transessuale che sta con un pappone che l’ha tradita con una donna ‘vera’. E viene a scoprirlo dalla sua migliore amica Alexandra, anche lei prostituta transessuale, in una tavola calda della cosiddetta Tinseltown, la zona celebre per il Sunset Boulevard ed i vari studi cinematografici. Immediata la caccia al fedifrago e all’amante.

Tangerine, l’ultimo film del regista indie Sean Baker, parte proprio da qui. Da un viaggio, ben poco turistico, ma molto realistico e ben disegnato, in una Los Angeles alla vigilia di Natale e che di natalizio non ha nulla – non ci sono addobbi, luci, Babbi Natale, alberelli, neve, solo un gran sole che regala sfumature color mandarino – fatto di drogati, papponi, faccendieri da quattro soldi, prostitute e trans che popolano i sobborghi tutt’altro che patinati della megalopoli californiana.

Un viaggio tra lunghe camminate, autobus e metropolitane ripreso interamente con tre iPhone 5 e montaggio eseguito con semplici programmi per PC che hanno permesso al regista di annullare quasi le spese per l’aspetto tecnologico. Chiaramente, le immagini non sono quelle patinate che si vedono nei film ‘tradizionali’, ma la bravura di Baker sta anche nell’aver saputo dare al suo film una certa eleganza formale sfruttando al meglio una Los Angeles che è capace anche di essere coloratissima e luminosa.

La scelta di due interpreti davvero transessuali rende ancora più reale la storia di Tangerine. Mya Taylor e Kitana Kiki Rodriguez, alla loro prima prova da attrici, danno dignità alla T della sigla LGBTQIA.
Ma il vero punto di forza del film è la colonna sonora, forte, urbana, che entra sottopelle e diventa parte dello spettatore, accostandosi in modo perfetto alla regia nervosa e sempre in movimento.

The Dressmaker

The-Dressmaker

Una donna bellissima ed elegante arriva alla stazione di uno sperduto paesino dell’Australia. Con la sua Singer da un lato e una valigia piena di tessuti dall’altro, Tilly Dunnage entra in scena come una diva di Hollywood, ma non ad Hollywood. Siamo, infatti, a Dungatar e la cornice non la fanno le colline di Beverly Hills con le ville dei VIP del cinema e della moda, ma polvere, sterpaglie e casupole abitate da gente rozza e bigotta.

I’m back bastards“: Tilly è tornata al suo paese d’origine che 25 anni prima ha lasciato perché accusata di un reato gravissimo, la morte di un suo coetaneo. A colpi di taglio e cucito, abiti da sogno e un mix di arguzia e pazienza, la vendetta di The Dressmaker è servita.

Un po’ western, un po’ noir amaro e sarcastico, il film è un adattamento cinematografico dell’omonimo bestseller di Rosalie Ham. Lo mette in scena la Jocelyn Moorhouse, già sceneggiatrice di Insieme per caso: il tono di The Dressmaker è irriverente e la vendetta è affidata alle splendide creazioni di cui Tilly Dunnage, che ha lavorato con Balenciaga, Vionnet e Dior, è ideatrice e artefice.

Un teatrino eccentrico di personaggi stravaganti, ma potenti, ruota attorno a Tilly. Su tutti sua madre Molly, pazza e furba insieme, interpretata da un’eccezionale Judy Davis, il sergente Farrat – grande estimatore di lustrini e piume di struzzo – cui dà il volto un geniale Hugo Weaving, un astuto potentato locale e una maestra di scuola frustrata e solitaria.

Il coro di questi personaggi serve a dovere questo film brillante diviso in due atti: ai toni moderati della commedia sentimentale della prima parte – c’è di mezzo anche la storia d’amore con il belloccio del paese, il Liam Hemsworth noto alle cronache rosa come ex di Miley Cyrus – si sostituisce nella seconda parte l’escalation più pulp della vendetta vera e propria.

Un film che punta tutto sulla vista, con un’ottima fotografia incalzata dai 350 abiti della costumista Marion Boyce. Ma lo sfarzo di The Dressmaker nasconde una realtà molto profonda e attuale, pur essendo ambientato negli anni Cinquanta: in un mondo in cui le apparenze sono tutto, Tilly capisce che per punire i responsabili della sua “maledizione” deve sfruttare la forza dell’apparenza stessa. Come? Con la sua arma migliore: confezionare abiti capaci di far sentire i suoi gretti compaesani non più se stessi ma chi desiderano essere.

The Dressmaker, purtroppo, arriverà nelle sale cinematografiche italiane solo il 28 aprile 2016, distribuito da Eagle Pictures. Al Torino Film Festival 2015 è in concorso nella sezione Festa Mobile.

Babadook

Babadook

Babadook, l’uomo nero dell’australiana Jennifer Kent, è approdato nelle sale italiane lo scorso 15 luglio. Fiaba nera, spaccato psicologico di un rapporto madre-figlio, orrore. C’è tutto questo e molto altro in questa opera prima di un’ex attrice che annovera nella sua formazione anche un affiancamento al Lars Von Trier durante le riprese di Dogville e che ha costruito il film per quasi dieci anni, partendo da un suo vecchio corto, Monster.

Amelia è una giovane madre con un figlio ipervivace, violento e scarsamente incline alla socializzazione con i coetanei. E’ nato lo stesso giorno in cui il marito è morto per accompagnarla all’ospedale a partorire. Una vita difficile, la loro, che viene stravolta dalla lettura di un libro che ha come protagonista un mostro, Mr Babadook.

Con il mostro, nel suo vestito nero, con gli artigli e un cappello a cilindro, il male arriva dal buio, si nasconde sotto il letto e nell’armadio e prende le forme dei cappotti appesi alle pareti. Il film si trasforma da dramma psicologico a vero e proprio horror secondo i canoni moderni: messa in scena minimal, un solo luogo di azione e un audace gioco di montaggio.

Si capisce che è un dramma psicologico e si capisce ancora di più che a dirigere Babadook è una donna. Nessun uomo avrebbe potuto cogliere così profondamente il dramma di una madre costretta ad accudire un bambino difficile come Sam e a rielaborare il lutto per la perdita del marito. La pellicola, poi, diventa horror spaventando con poco. Si prende il suo tempo per costruire tensione e terrore: non succede mai niente di eclatante, ma le piccole cose che accadono si inseriscono in un’atmosfera tetra e tesa da restarne terrorizzati.

Completano questo piccolo capolavoro le illustrazioni del grafico americano Alexander Juhasz, la fotografia del polacco Radek Ladczuk e un tono da vecchio film in bianco e nero fine anni ’50.

Gone Girl – L’amore bugiardo

Amore_Bugiardo
Il titolo L’amore bugiardo rimanda subito a qualche thriller amoroso di cui è chiaro e intuibile l’intreccio dopo il primo incontro romantico tra lui e lei. Invece, l’ultima fatica di David Fincher, tratto dal libro di Flynn Gillian, celebra un nuovo capitolo della crisi della società americana, disillusa dalla recessione economica, dalla perdita del lavoro e dalla fine del mito della felicità.

Gone Girl – L’amore bugiardo è un noir post modernista che sposa bene e amplia un filone iniziato dallo stesso regista con il precedente The Social Network. Quel filone che spiega come noi impieghiamo il nostro tempo passato, presente e futuro a costruire un’immagine pubblica conveniente. La chiave per la sua riuscita realizzazione è la menzogna, la bugia, la non verità.

E’ splendido, letto in quest’ottica, il primo incontro tra Nick ed Amy, quel giocare subito con le bugie, 2 minuti che poi in maniera molto più dirompente rappresenteranno i successivi 5 anni. Amy e Nick fingono di non vedere che il loro piacere si realizza nello sguardo di chi li osserva, figuranti frustrati dalla loro apparente felicità, ma ne sono perfettamente consapevoli.

Nei suoi 149 minuti, il racconto si fa sempre più labirintico: c’è un accenno alla potenza dei media in fatti di cronaca nera provinciale; c’è l’intervento della legge americana, che compie indagini disordinate e confuse, e c’è la messa in scena del sentimento di ipocrisia che tiene vivo il matrimonio. Che si tratti di necessità sessuali o bisogno di sicurezza patrimoniale, gli sposi sono legati a doppio filo. Alla fine, il matrimonio di Nick e Amy si sfalda completamente, dopo un accumulo di frustrazioni e antipatie reciproche, fino al desiderio di annientare l’altro.

Non c’è un solo momento in cui il livello di tensione insito nella pellicola rischia di affievolirsi. Grazie a due fattori umani. Intanto, la coppia Trent Reznor e Atticus Ross, alla loro terza colonna sonora per Fincher, asseconda ormai alla perfezione le idee del regista, creando un climax emotivo da cui è difficile non farsi coinvolgere. E, poi, Rosamund Pike supera davvero se stessa. Bionda e algida, è perfettamente in grado di modificarsi nel look e nell’espressività, di scena in scena, in onore all’inafferrabilità della personalità di Amy.

E se, invece, molto più semplicemente, Amy soffrisse di un grave disturbo psicologico che la porta a dominare gli altri? Il finale di Gone Girl – L’amore bugiardo lascia questo e tanti altri quesiti in sospeso.

Perez

Perez

Le prime immagini di Perez sono quelle del Centro Direzionale di Napoli, un aggregato di grattacieli progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange. Una moltitudine di elementi architettonici in mezzo alla quale si muove una solitudine umana. E’ quella di Demetrio Perez, un uomo che si trascina nella vita, lasciando che siano gli altri a scegliere per lui. Una rassegnazione, la sua, che si esplicita nella frase d’apertura del film: “Io lo vedevo il muro davanti a me, eppure continuavo ad andargli incontro…

Da tempo frenato dalla paura di osare, Perez si è sempre nascosto dietro un’evidente mediocrità, da lui assunta ad efficace riparo dall’infelicità. Senza più ideali, né passioni, né ambizioni, il personaggio di Luca Zingaretti, non vive una vita degna di essere considerata tale. Separato, vive con la figlia Tea, su cui non ha nessuna autorità, e odia il suo lavoro.

L’elemento di rottura che introduce il regista Edoardo De Angelis, qui alla seconda fatica dopo l’opera prima Mozzarella Stories, è Luca Buglione, capo camorrista collaboratore di giustizia alle sue regole, che chiede proprio l’aiuto di Perez. Non di certo perché sia un principe del Foro, ma perché è un uomo disperato, esattamente come lui. Buglione conosce il punto debole di Perez e lo colpisce: è la relazione tra la figlia Tea e un astro nascente della camorra, Francesco CorvinoIn cambio dell’aiuto a concludere un piano criminale, l’avvocato può liberarsi una volta per tutte della scomoda presenza di Corvino. 

Il film incalza seguendo un concetto chiave: infrangere la legge. E Perez ha due fronti nemici su cui agire contro le regole: da una parte i camorristi, che si insediano a casa sua sequestrandolo con la figlia, dall’altra i giudici e i poliziotti che mal vedono la sua facciata borghese. Gli attori chiave sono quattro. Il vecchio capo camorra interpretato dal duro Massimiliano Gallo e il giovane che ha il volto di Marco D’Amore, rimasto forse un po’ invischiato nel ruolo di malavitoso dopo il boom di Gomorra – La serie. Tra di loro, il protagonista di Zingaretti prova a tirarsi fuori dal suo fallimento personale e dalla sua disperata solitudine. Attorno a loro, l’emergente Simona Tabasco, classe 1994, donna che salva il padre che vorrebbe salvarla. 

Fatta eccezione per D’Amore, le prove recitative del cast sono convincenti. Nel caso di Zingaretti, poi, personaggio e contesto sono un tutt’uno misterioso, malvagio e allo stesso tempo affascinante. Certo, Perez non aggiunge nulla di più al filone cinematografico dedicato alla camorra, ma fa leva su uno stato psicologico che troppo spesso si dimentica: “Io lo vedevo il muro davanti a me, eppure continuavo ad andargli incontro…

 

American Sniper

American_Sniper
Ci sono tre tipi di persone: le pecore, i lupi e i cani pastore.
Ci sono persone che credono che il male non esista. E quando bussa alla loro porta, hanno paura e non sanno cosa fare. Queste sono le pecore.
In questa casa non si crescono pecore e se diventerete dei lupi giuro che farete i conti con me.

E’ la lezione che un padre dà ai suoi figli, durante un pranzo della domenica. Qualche anno dopo, il figlio maggiore diventa La Leggenda: è Chris Kyle, ad oggi il cecchino più micidiale nella storia dell’esercito americano. Il suo taccuino registra oltre 160 persone uccise durante la guerra in Iraq, anche se lui ne rivendica quasi il doppio. Si ritira dai Navy Seals per dedicarsi alla famiglia, scrive un’autobiografia e muore, assassinato da un reduce di guerra come lui.

La sua storia di straordinario uomo medio è stata portata al cinema da Clint Eastwood, regista del film che porta lo stesso titolo del libro di Kyle, American Sniper. Suddiviso in un prologo, quattro atti corrispondenti alle quattro missioni in Iraq di Kyle sempre volontario e un epilogo, il regista dagli occhi di ghiaccio narra le gesta dell’eroe che non tentenna mai. Forte del suo credo, fondato su tre pilastri – Dio, Patria e Famiglia – vive con lo scopo di salvare la vita dei propri compagni in combattimento.

Certo, è evidente che per Eastwood quest’uomo è un eroe nazionale e il film che gli costruisce attorno lo celebra. Ma, prima di accusare (nuovamente) il regista di essere un conservatore guerrafondaio, bisogna notare come in questa pellicola, forse di più che nel dittico Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima, dimostra di comprendere a fondo la fragilità umana.
Identifica la telecamera con il disfacimento psicologico e morale in corso del corpo/macchina da guerra di Chris e, più in esteso, del dispositivo militare americano. Se Kyle appare inizialmente invincibile, in un secondo momento la sua mente e il suo corpo devono fare i conti con la distonia percettiva e la schizofrenia di chi è coinvolto in ogni sorta di conflitto.

Per il resto, American Sniper ha un ritmo lento, ma inarrestabile, costruito come un western, con duello a distanza tra due pistoleri nemici giurati, l’attacco al fortino e l’arrivo della cavalleria. Narrazione classica e potenti accelerazioni nelle scene d’azione e violenza. Lode al protagonista, Bradley Cooper, che ha appesantito il suo aspetto fisico per sposare la parte, e ci riesce alla perfezione.

Guardare un film, anche quello che si rivela essere il più insipido mai realizzato, significa avere la mente libera da qualsiasi pregiudizio, pronta ad analizzare modi differenti di vedere le cose rispetto ai propri. Ecco, diciamo che American Sniper non è adatto ad alcune categorie di persone: a chi non ama la propaganda, a chi detesta le americanate, a chi rifugge i western e i film di guerra, a chi non concepisce il concetto di eroe nazionale. Ma fatelo uno sforzo. 

Big Eyes by Tim Burton


Big_Eyes

“Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo”. Questa battuta dà avvio a Big Eyes, il film che segna il ritorno al cinema di Tim Burton ma nella forma di un biopic sulla vita dell’artista tuttora vivente Margaret Keane e non nelle splendide cornici fiabesche cui ci ha abituati in tanti anni di cinema visionario.

Non ci sono tinte gotiche in questo spaccato biografico – è la seconda prova di genere per Burton, dopo Ed Wood – che porta alla luce la storia di un amore che si rivela essere un plagio artistico. Quando Margaret incontra Walter Keane è una giovane pittrice di volti infantili, caratterizzati da enormi occhioni malinconici, che in epoca di astrattismo e pop art avrebbero ottenuto un sorprendente successo di mercato e il disprezzo palese della critica.
I due si conoscono, si piacciono, si sposano e lui comprende il suo talento e lo sfrutta. Lo sviscera, lo commercializza, lo svaluta e se ne prende il merito: lei realizza opere d’arte per un valore di milioni di dollari incidendo, in calce, le iniziali del marito.

Margaret è così brava a vedere il mondo attraverso gli occhi che dipinge, ma non è altrettanto scaltra a capire che Walter vuole solo rubarle successo e fama per vivere una vita come lui avrebbe voluto. In una grande villa stile hollywoodiano piena di comfort, certo, ma anche di grande solitudine e disprezzo. E’ l’amore che porta Margaret a coprire una bugia che in pochissimo tempo diventa totalmente ingestibile e la allontana dall’unica che la conosce fino in fondo, la figlia Jane.

Burton presenta una storytelling che include i temi del femminismo e del matrimonio, nei tempi dei presidenti Kennedy e Johnson. Ma è la concezione dell’arte e la sua mercificazione che domina la pellicola, l’elogio della bugia, prima conseguenza del capitalismo. E sullo sfondo, da contrasto, ecco le solari location di San Francisco e delle Hawaii.

Fino a qui sembra che Big Eyes sia un film strepitoso. Non è esattamente così. Di Burton va certamente apprezzato il radicale cambio di rotta: dopo vent’anni filma una biografia senza la certezza di avere i suoi attori feticci Johnny Depp – Helena Bonham Carter ed una enorme produzione alle spalle.
Il cineasta californiano commette, però, due errori: mischia troppi generi senza la giusta logica – tanto biopic, commedia qua e là, un pizzico di thriller, un altro po’ di satira – e conclude con un finale freddo, frettoloso e incolore che non rende giustizia allo spessore della storia raccontata. A Burton, dunque, manca il guizzo che lo ha reso geniale in tante altre produzioni. 

Se tra le spettatrici di Big Eyes qualcuna fosse nelle stesse condizioni di Margaret, si deve sperare che abbia trovato la forza di ribellarsi ad una società che oggi tocca apici di maschilismo, consumismo e conformismo nelle idee.
Gli strascichi del capitalismo non sono morti, anzi. 

Class Enemy

Class-Enemy

“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive”.

E’ uno dei passi che più fanno riflettere di quel capolavoro che è La montagna incantata di Thomas Mann. E’ anche il leitmotiv di Class Enemy, l’opera prima del 29enne regista Rok Biček, film premiato con il Fedeora alla 70esima Mostra di Venezia e finalista al premio Lux del Parlamento Europeo.

Siamo in Slovenia, una delle nazioni con il più alto tasso di suicidi al mondo. Terra delle uccisioni di massa perpetrate al termine della seconda guerra mondiale, quando i partigiani si vendicarono contro i collaborazionisti sconfitti. 

In un liceo come tanti, in una classe come tante, dove vige un clima di apparente normalità, il primo elemento di disturbo è l’arrivo di un nuovo professore, il durissimo Robert Zupan, venuto a sostituire un’amorevole collega prossima alla maternità.
Il suo ingresso – “I ragazzi sono indisciplinati, non caotici” dice – innesca un discutibile corto circuito prima su piano didattico e poi su quello umano. Non passa molto tempo perché ci sia un secondo elemento di disturbo: il suicidio di una studentessa .

Ecco allora che le cinque fasi di superamento del lutto si traducono per gli studenti in una fase unica, quella della rabbia. Rabbia che vuole a tutti i costi un capro espiatorio e la trova proprio nel professore, colpevole di aver scatenato troppe domande nelle fragili menti e personalità dei giovanissimi protagonisti.
Il professor Zupan è il colpevole perfetto, il nemico perfetto, il nemico di classe: “Maledetto nazi” lo apostrofa qualcuno. Si apre una guerra che nessuno può vincere senza uscirne danneggiato. Professori, studenti, genitori e istituzioni hanno a turno torto e ragione, sono a turno buoni e cattivi.

Il suicidio, che certamente è il tema del film, diventa anche il pretesto per fare della classe un ring, dove ci si avventa l’uno contro l’altro sull’onda delle emozioni. Una soluzione ci sarebbe: la cultura, intesa come arma per combattere contro il conformismo, la superficialità e le abitudini piccolo-borghesi. Cultura che riscopre i grandi classici, tra cui il Thomas Mann citato in apertura che tanto conosceva il dolore di chi resta, visti i due figli morti suicidi. Occorre interrogarsi su quello che ci accade intorno, non solo agire sulla scia di impulsi. Comunicare con gli altri, attraverso la parola e i gesti.
Riflettere su come ha senso vivere la propria vita.

Biček mostra chiaramente l’incomunicabilità tra nuove generazioni e istituzioni: basti vedere come i genitori siano egoisti, ostili al dialogo, subito pronti a giustificare i loro figli in maniera aprioristica. Laconico è il commento della preside della scuola: “Siamo nel ventunesimo secolo: prima loro temevano noi, ora noi temiamo loro“. Senza pietà e ragionevolezza alcuna è il manifesto dei ragazzi che, chiusi nella cabina radio del liceo, sproloquiano insulti gratuiti ad un professore che ha solo cercato di esercitare bene il suo mestiere.

Grazie a un solido cast che mischia attori professionisti – Igor Samobor è una star del cinema sloveno – con studenti reclutati dal regista, Class Enemy convince sul piano del realismo e dei suoi interpreti, tutti perfettamente amalgamati, ma anche sfumati, con il loro personaggio. Non esiste un solo punto di vista, ma enne modi di pensare e di vivere, distinti per fasce d’età, ma comuni nella ribellione. Una carrellata di tipi – anche di diverse nazionalità – presenti nella società odierna. Impossibile non menzionare la praticità di una coppia di genitori cinesi che alle baruffe senza arte né parte preferiscono la praticità del loro lavoro.

La domanda finale è per tutti: cosa ci porta e quanto ci costa ogni singolo atto di ribellione?